Che sia arrivata l’ora della malinconia? Monta sempre di più il sospetto che il biennio Conte sia stata una parentesi felice, neppure troppo apprezzata, ancora da comprendere, in mezzo a un declino iniziato subito dopo il terzo scudetto. L’avvio di quest’anno è peggiore di quello di Garcia.

Questo Napoli si regge, male, sui malumori documentati dai fallimenti di mercato e dalle scelte sbagliate, di un Napoli che a un certo punto ha smesso di fare il Napoli. Certe cose iniziano da più lontano, più di quanto si possa immaginare. La luminosità abbagliante di una squadra eccezionale, quella del secondo anno di Spalletti, superiore ai singoli, ancora di più, alla luce di un adesso triste anche per lui, superiore di gran lunga anche a Spalletti stesso, non è stata pasta per un De Laurentiis troppo abituato alla forza della precarietà.

Va bene, sono scelte, affidarsi alle plusvalenze, alla ricarica periodica di un gruppo rinnovato ogni due o tre anni, ma per fare grande un club occorrono altre visioni. Non è colpa di Lucca e del suo acquisto sbagliato o di chi lo ha scelto se il Napoli non ha un centro sportivo degno e proprio, se non ha un settore giovanile all’altezza, se non ha più staff all’altezza, se negli anni non è nata una scuola Napoli, invece che la leggenda di un modello che tutto è tranne che un modello.

Prima o poi la resa dei conti sarebbe arrivata. E il tempo c’è stato. Ventidue anni non sono pochi. I passaggi saggi e avveduti dei Benitez, degli Ancelotti, fino a Conte stesso, non sono state avvisaglie o proclami del momento, ma spie di quello che mancava. E che manca ancora. E che impedisce al Napoli di superare quella condanna storica per cui l’altalena è la sua giostra preferita. De Laurentiis ha avuto il merito di essere fedele a se stesso, di aver eseguito egregiamente quello che si è proposto. Ma non bastava, al di là di titoli e successi. Non bastava per evitare quella forma di inquietudine che adesso parla molto più chiaro di quanto sembri. 

Che qualcuno sia stanco? Senza più lo stesso entusiasmo? Peccato sospettarlo nell’anno del centenario. Emblema amaro e paradossale, un po’ alla partenopea. Ma la domanda principale è quella, nascosta dietro le scuse e l’illusione. Che una lunga storia sia prossima a fare i conti con i principi di epilogo? Col rischio che manchi quello che avrebbe dovuto correre ai ripari in un sereno e solido cambio di guardia e non a una dismissione tra l'indolenza e il logoramento collettivo.

Che tutto questo passi pure per retorica esasperata. È l’augurio più grande. Ma mai come quest’anno, in questi ventidue anni, quello che si vede in campo ha risposto alla perfezione a quello che è lo stato delle cose. C’è stato un lungo tempo di felici resistenze e alterazioni, altri di delusioni, ma sempre con una spinta che sapeva di qualcosa di forte. Adesso no, adesso è deriva. Se esista ancora una bussola, si vedrà. Ma il quesito resta. E sarà tormento ancora a lungo.