In collaborazione con Fabio Mauro Giambò
L'amarezza dopo una partita come quella di domenica sera non può che essere tanta in casa Juventus, nella bocca del popolo bianconero c'è un sapore di "già visto" fin troppo evidente. Ciò che lascia, però, ancora più straniti è l'analisi di mister Spalletti nell'immediato post-partita ai microfoni delle varie testate.
Vale la pena concentrarsi su alcuni passaggi in particolare:
1) Quando giornalisti ed opinionisti incalzano Spalletti sulla possibilità di giocare con due attaccanti mettendo Woltemade accanto a Kolo Muani per non lasciare troppo isolato il francese, il tecnico bianconero risponde così: "Al venticinquesimo del primo tempo io ho tirato McKennie a sinistra e c'è Nico Gonzalez lì dentro a fare quello che ha fatto Woltemade con Kolo. Anzi, Nico Gonzalez è il calciatore più forte di testa che abbiamo. Nico Gonzalez è una seconda punta, l'ho messo a giocare da seconda punta. Il sistema è stato lo stesso da quando ho deciso di spostare McKennie. Abbiamo fatto la stessa cosa: una punta, Kolo, con Nico Gonzalez seconda punta, ma che possono andare a invertirsi".
Con queste parole l'allenatore ammette apertamente di aver schierato un giocatore fuori ruolo e di aver aspettato 25 minuti prima di correggere questo errore. Sottolineando per altro la scarsa propensione al gioco aereo di quella che, di fatto, dovrebbe essere la sua punta titolare, quel Kolo Muani desiderato per un'estate intera come fosse una pedina imprescindibile nell'idea di calcio del tecnico toscano, e arrivato - ad un prezzo non proprio di saldo - praticamente sul gong della scorsa finestra di calciomercato precludendo qualunque alternativa possibile.
2) Quando viene fatto notare che si ha l'impressione che la squadra non abbia un carattere forte, che abbia una forza mentale che non si avvicina alle caratteristiche storie della Vecchia Signora, la volontà del tecnico è quella di defilarsi, trasformandola evidentemente in un'accusa ai giocatori: "Bisogna soltanto avere, diciamo, la determinazione, la determinazione di quelli che hanno la testa forte, di quelli che mettono in gioco, che c'entro io? Bisogna mettere a posto anche il non sognarsi la partita. Il mio sogno è vincere la partita. No, non è un sogno. Non è un sogno, è una cosa che tu vai a prenderti. Non devi sognare niente: tutto nella realtà".
Va bene che in campo vanno i giocatori, ma caricarli durante la settimana dovrebbe essere uno dei compiti dell'allenatore, uno fra i più importanti fra l'altro. Non è possibile pensare che il tecnico tralasci un lato umano così importante nella gestione complessiva della squadra, a maggior ragione in un momento storico in cui ci sarebbe bisogno dell'esperienza di un uomo di calcio come lui che in carriera ne ha viste di tutti i colori.
3) Durante le analisi si tocca anche il tasto della lentezza del gioco bianconero e Spalletti, per tutta risposta, sembra concentrarsi sulla pericolosità di questo atteggiamento, come se i giocatori non seguissero i suoi dettami tattici durante le partite ufficiali: "Quando siamo così offensivi, con il blocco della squadra avversaria così basso, bisogna andare da una parte all’altra. Quando la palla è sull’esterno, vicino alla linea di fondo, bisogna riattaccare la linea di fondo. Quello che diventa fondamentale è non perdere palla al limite dell’area, perché se la perdi lì prendi sempre il contropiede. Basta spostare la palla una volta e gli permetti di innescare la ripartenza. Quando invece la perdi sugli spigoli, fuori dall’area a destra o a sinistra, oppure dietro la linea difensiva, lì puoi perderla. Noi siamo andati poco a cercare queste palle dietro la linea difensiva. Quello che diventa pericoloso è questo fraseggio dentro il campo".
Una teoria senz'altro valida ed apprezzabile, ma in queste prime uscite della Juventus 2026/27 si è visto esattamente l'opposto. Non che ai giocatori si chieda la Luna con dribbling fantascientifici e gol di fattezze clamorose, basterebbe poter vedere alcune volte giocate da scuola calcio come sovrapposizioni o scalate a tre, cose che si vedono anche in terza categoria e che in Serie A dovrebbero essere pane quotidiano. Resta, poi, incomprensibile come tutte le squadre con cui la Juventus non è riuscita a vincere hanno dato l'impressione di essere sempre fisicamente meglio preparate dei bianconeri, tanto da ingabbiare il gioco di una squadra che, sulla carta, è, con tutto il rispetto, potenzialmente più forte almeno di Sassuolo e Cagliari, ma probabilmente anche dello stesso Milan di Amorim. Fermo restando che anche nei match vinti non è che la sensazione trasmessa sia stata di pace, amore e gioia infinita.
Fare nozze con fichi secchi è impresa ardua per chiunque, ma dalla Juventus, anche da questa Juventus, ci si aspetta di più, si pretende di più: lo scudetto non è un obiettivo realistico, ma essere già adesso fuori dalla zona Champions, ritrovarsi a così tanta distanza dalla vetta dopo poche giornate, non è accettabile. Ti chiami Juventus, nessuno ti regala nulla, niente è dovuto, ma urge un cambio di passo che, nonostante tutto, è ampiamente nelle corde di questa squadra, di questo gruppo tutto: dirigenti, calciatori e dunque allenatore.