Il Napoli di De Laurentiis sta invecchiando. Male. Mentre il suo patron ha riservato all’anno del centenario una conduzione al risparmio, la dismissione iniziata dopo il terzo scudetto ha conosciuto l’interruzione Conte, ma sempre verso qualcosa che a stento riesce a stare dietro al presente.

Un Napoli museo indossa la sua maglia celebrativa mandando in campo una squadra stanca, indolente, senza l’ombra di compattezza, aggrappata alla corsa di pochi e all’indifferenza di molti. Le parole di Allegri sono l’amaro che nasconde un acido senza possibilità di rimedio. Almeno di un rimedio che sappia di entusiasmo, di voglia di ritrovarsi, di tornare a competere. 

La storia è stata scritta. Perpetrarla è cosa da dimensioni superiori. De Laurentiis non perde occasione per vantare l’onestà dei suoi successi, delle sue vittorie in questi anni. Qualcuno gli ricordi che l’onestà non è un vanto, ma un dovere. Per quanto uno sveglio non dia per scontato l’onestà in questo mondo, uno onesto non la faccia passare come una cortesia. 

Su centri sportivi, stadi e modelli da seguire, beh, lasciamo perdere. Le narrazioni storiche sono già così colme di inesattezze, interpretazioni di comodo e ipocrisie. Almeno non si attinga al prontuario da buon occidentale per incantare una tifoseria con argomentazioni e proclami logori e stantii. 

Tornando alla squadra e alle prestazioni di questa prima frazione di stagione, sarebbe pensiero lucido e maturo dire che questo gruppo non è un gruppo, che non trasmette alcuna sensazione incoraggiante e che ha consegnato in questo primo mese una percezione afflitta e sufficiente del suo stare in campo e dei suoi atteggiamenti. Gli infortuni, le assenze, i vuoti di organico, comunque si siano determinati, non facciano da alibi. Perché si originano in problemi leggibili ed evitabili e non da cataclismi.

Suoni pure l’orchestra di musici dell’oleografia. Si riempiano gli atelier al diktat del marketing glamour. Che peccato aver scelto l’anno sbagliato per tutto questo.