A inizio stagione il binomio Sarri Giuntoli rappresentava la curiosità più interessante. In un’Atalanta con la voglia di ricominciare. Teoricamente il luogo ideale per riscoprirsi reciprocamente. Quel binomio, così apprezzato e così deluso, così inseguito e così arginato durante esperienze nelle quali non si è avuta pazienza, forse, o non si è voluta averla.
Perché questo calcio di pazienza ne ha poca. Perché di tempo e di margine fallibile ne concede sempre meno. In barba a parole come progetto, percorso, lavoro, crescita e altri rudimenti da manuale aziendale. Del resto se anche a Napoli avessero avuto meno pazienza, forse non si sarebbe assistito a quel triennio esteticamente bellissimo, ma senza gloria di titoli, che a suo tempo è stato trampolino di lancio per le opportunità più importanti nella carriera di Sarri.
Nel tempo breve di Torino e di Londra è riuscito a vincere, ma senza esprimersi. Tempo breve per realtà che tempo non hanno. Così come Giuntoli, dopo lo sviluppo paziente fino allo scudetto partenopeo, rivelatosi con l’aspirazione bianconera una volta approdato nell’aristocrazia non ha saputo farsi nobile.
Non è un caso che Sarri ha saputo ritrovare il giusto riconoscimento con una Lazio tormentata, ma in grado, grazie al lavoro dell’allenatore toscano, di registrarsi agli onori delle cronache con un secondo posto essenziale, un po’ insolito per uno come Sarri, e con una difesa al miglior rendimento per numero di partite senza subire gol. Chissà che la Lazio capolista di Gattuso non conservi ancora qualcosa di quella dottrina.
A Bergamo la bussola sta sfuggendo, forse mai guardata e letta con attenzione sin dal principio. Le dichiarazioni di Sarri dopo la sconfitta interna col Parma suonano dirette verso l’esterno, ma conservano l’amaro di qualcosa che si guarda dentro con tutta l’inquietudine del caso. Sì, perché Sarri in fondo non avrebbe potuto compiere scelta più spericolata, lui che spericolato non ha mai voluto essere, arrivando a proporre una nuova dottrina dopo quella di Gasperini.
Sarebbe stato complicato per molti. Questo è vero, ma è anche vero che “Non si può buttare via il lavoro di mesi per una partita” è uno sfogo limitato e limitante, perché il lavoro di Sarri fino a questo momento non ha sortito effetti. Perché in questo primo quarto di stagione l’Atalanta non si è migliorata rispetto a quel dopo Gasperini che con Sarri aveva nutrito nuove speranze.
A Bergamo Sarri sembra stia vivendo la condizione che lo ha accompagnato anche in altre esperienze, di quando da lui ci si è aspettati qualcosa di meglio e subito. In contraddizione con il tempo necessario al suo tipo di lavoro. La messa in discussione, la diffidenza, fino all’ombra dell’esonero. Spesso il suo lavoro si accompagna a queste inquietudini. E lui non è uno che ama muoversi in bilico.