I campionati del mondo non sanno più passare alla storia. Scorrono a favore di telecamere come prodotti di consumo. Fino alla comparsa gradassa e invadente del caponazione di turno che impaccia l’inquadratura al momento della premiazione per mendicare la sua presenza nel quadro gioioso di coppa e calciatori. 

Anche questo al massimo resterà nella memoria felice di chi lo ha vinto e festeggiato. Il resto si darà appuntamento alla prossima occasione per eseguire un protocollo fatto di cafonate e guizzi egoriferiti. La finale ne è stata degna rappresentazione, con la partita a fare da intervallo tra uno show e l’altro, tra un’esibizione e un’uscita decorata di oleografia colonialista. 

La resa dei conti è tutta nel capovolgimento in parte espresso e in parte sottaciuto di chi ha scelto di tenere per gli spagnoli. Nonostante qualche storia personale provenisse da grandi simpatie per gli argentini. Del resto come sarebbe stato serio e onesto fare il tifo per un’espressione così frustrante e scorretta de gioco del pallone?

Un misero catenaccio per mano di una squadra piena di provocatori isterici e fallosi, capitanati da un grandissimo giocatore eterno incarto di una personalità piccola piccola, fino a quella richiesta ai limiti della tristezza di espellere un avversario in nome di una regola nuova in linea col costume generale. L’unico colpo di genio della sua partita, ma utile a comprenderne il personaggio, nella sua essenza spenta dentro quella confezione meravigliosa.

È lì che è caduta l’Argentina, col suo ricordo di un tempo e di quella rappresentatività che una volta era ragione di sostegno e di rivalsa anche per chi argentino non era. Non è stata una buona idea passare dalla parte della FIFA, facendosi consolare dal suo presidente al cospetto dell’altro presidente, quel padrone di casa così presente e ignorato dalla squadra della nazione il cui governo ha avuto almeno il buongusto di schierarsi apertamente contro certe politiche. Almeno ha vinto la squadra in cui il calciatore più rappresentativo, sperando non si guasti col tempo, non ha fatto mistero del suo sostegno alla Palestina

La finale è stata il degno finale. Non tanto per il risultato, ma per la conduzione passiva e indolente di qualcosa che doveva andare in scena. Punto e basta. E le cose, per quanto piccole e insignificanti, si sono disposte a far comprendere che certi paragoni mortificano l’intelligenza di chi li ascolta. E non si pensi alla solita patetica comparazione tra Maradona e Messi. Che cada pure tra le braccia di chi per forza ne ha bisogno.

Piuttosto a quello sguardo su questo calcio con la possibilità di considerarlo continuazione di quegli eventi per cui intorno al pallone si riuniva, in accordo o in conflitto, un’umanità desiderosa di fuga o di riparo. Spesso la nostalgia è unità di misura. Chissà se di questi mondiali, un giorno, se ne avrà.