La storia ci prende in prestito. Come in Us and Them, “And the lines on the map moved from side to side”. C’è stato un tempo in cui intere città hanno fischiato l’inno di una nazione per offendere un calciatore colpevole di verità e di indossare la maglia di un club in cui era riuscito a contrastare fuori e dentro il campo il potere delle squadre del nord. E non solo. C’è stato un tempo in cui l’unica interruzione rispettosa, nella sua Napoli, costò una manipolazione mediatica, ai limiti del falso storico, per cui i napoletani per una notte avrebbero smesso di essere italiani. Paradossalmente nell’unica volta in cui lo erano stati davvero.

C’è stato un tempo in cui la FIFA ha ordito arbitraggi e manovre politiche persecutorie, contro l’uomo al quale a distanza di decenni sarebbero state riconosciute dichiarazioni più che fondate, a dispetto di un merito postumo tipico di chi è scomodo da vivo e vede maturare il suo coraggio intellettuale nella svendita al dettaglio da morto.

C’è stato un tempo in cui tanti italiani e appassionati da tutto il mondo hanno dato addosso alla nazionale di calcio argentina, tifando contro perché c’era lui. E chiunque diventava simpatico solo per percorrere le vie del dispetto. Resta ancora nella storia una genuina e spontanea incazzatura di un giornalista italiano che dopo la finale di Roma del 1990 si scagliò contro gli italiani, rei, a suo avviso, di aver tenuto per la nazionale tedesca, rinnegando tutta una rivalità proveniente da ragioni storiche ben più gravi che quelle per cui osteggiare una nazionale, quella argentina, molto legata storicamente proprio agli italiani. Eh, ma quella notte c’era da contestare chi era stato definito addirittura come il diavolo da alcuni giornali italiani.

Poi il tempo ha cambiato il tempo, “And the lines on the map moved from side to side”. Il calcio dopo il mondiale statunitense del 1994 ha mandato in esilio i suoi aspetti più umani e geniali per mano di un’infermiera e le cose hanno mutato d’aspetto insieme a molte altre cose. Adesso quegli stessi italiani fanno il tifo per un calciatore portatore della teoria del numero, della valutazione umana secondo il valore quantitativo, in nome della norma capitale.

E non si fraintenda il valore di questo calciatore, straordinario, a tratti unico per qualità tecniche, ma adottato per una religione del paragone che è la morte del pensiero. Perché paragonare genera conflitto, adorazione, limitazione alla stessa possibilità di godimento delle cose. Guarda un po’, uno degli aspetti di quella norma capitale per cui questo paragone è funzionale alla prosecuzione persecutoria nei confronti di chi ha fatto un tempo resistendo alla regola “And the lines on the map moved from side to side”

Oggi tutti, o quasi, a fare improvvisamente il tifo per la nazionale che allora era la più bistrattata, e adesso gode addirittura di favori provenienti dalle alte sfere del comando del futbol. Al servizio dei numeri di un atleta proveniente dai laboratori, sennò il calcio non avrebbe potuto praticarlo, e nella speranza di poter maturare le "documentazioni" utili a certificare la sua superiorità assoluta. Ma solo per continuare la persecuzione a colui che quando in diretta mondiale disse “Hijos de puta!” non ce l’aveva soltanto col pubblico in uno stadio.

Gli infortuni e le menomazioni dovute ai pestaggi in campo e ai problemi fisici, la tossicodipendenza da cui trasse solo danni e svantaggi, altro rinfaccio codardo che ancora gli viene mosso, i regolamenti e gli arbitraggi, un mondiale deciso e negato da un arbitro, un altro con una squalifica infondata, le ritorsioni e molto altro non sono dentro l’unità di misura, perché tutto quello non è misurabile. Il metro, invece, è sempre lo stesso per la storia che prende in prestito e dispone secondo protocollo. “E le linee sulla mappa si spostarono da un lato all’altro”