La storia del calcio a Napoli ha avuto inizio prima della sua fondazione ufficiale. Un terzo di secolo prima che arrivasse la data eletta per la storia. Quando a calciare furono un gruppo di canottieri e velisti presso il Campo di Marte, nell’area nord-orientale di una città cambiata in aspetto e nello spirito, dopo gli atti di risanamento urbanistico tra lo “Sventramento” e la “Colmata a mare”.

Di lì a poco i fratelli Antonio, Paolo e Michele Scarfoglio avrebbero giocato a inizio Novecento nel Football Club Partenopeo, (per alcune testate dell’epoca Napoli Foot-ball Club). Antonio, Paolo e Michele, figli di Edoardo e di Matilde Serao, fondatori del Mattino. Quella formazione sarebbe durata poco, per confluire in quella più duratura del Naples, consolidata grazie agli equipaggi inglesi sbarcati nel porto cittadino.

Dopo la prima guerra mondiale, il Naples si sarebbe poi fuso con la Foot-Ball Club Internazionale, dando vita alla FBC Internaples. Fino all’agosto del 1926 il maggiore sviluppo calcistico in Campania era stato raggiunto dal Savoia, di Torre Annunziata, arresosi in finale nazionale nel 1294 contro il Genoa. Fu Giorgio Ascarelli, giovane industriale, a saper guardare lontano intuendo che il calcio sarebbe diventato presto un fenomeno di portata mondiale di incalcolabile entità non soltanto sportiva.

Fu grazie a lui che nacque l’Associazione Calcio Napoli, genesi storica del Napoli. Si ipotizza che il nome fu cambiato perché il regime fascista non gradiva parole straniere e ancor meno quelle che avrebbero potuto ricondurre all’Internazionale Comunista. Dopo la guerra, infatti, a fare nuovamente capolino sarà proprio l’Internapoli, rifondata, ma con ormai il Napoli a capeggiare la passione cittadina per il calcio.

Gli anni prima della guerra avevano comunque riservato al Napoli i primi segni destinati a entrare nella semantica regina della sua storia. Oltre alla edificazione del primo stadio, il Vesuvio, le prime uscite, molto deludenti, della squadra avevano indotto i suoi tifosi a cambiare lo stemma da Corsiero del Sole a Ciucciariello. Lettura tenera e affettuosa di una tifoseria che si sentiva già popolo destinato a soffrire a lungo prima di poter gioire.

Nei primi anni ’30, grazie a giocatori come Sallustro e Vojak, e all’arrivo di Garbutt, grande allenatore dell’epoca, il Napoli aveva raggiunto la terza posizione nella classifica nazionale, qualificandosi anche per la Coppa Europa, una specie di Champions League di quegli anni. Quell’exploit, però, sarebbe durato poco. Nel 1936 a rilevare un Napoli in grandi difficoltà finanziarie sarebbe stato Achille Lauro, armatore e politico, due volte sindaco della città e personaggio potente legato agli statunitensi. Colui che avrebbe inaugurato una lunga stagione politica molto condizionante per la storia della città.

Hasse Jeppson sarebbe stato l’acquisto capolavoro di Lauro. Il calciatore brasiliano comprato alla cifra, allora stratosferica, di oltre cento milioni di lire, guadagnandosi il soprannome di “Banco ‘e Napule”. Vitali, Pesaola, Vinicio sono gli uomini simbolo degli anni cinquanta, con gli ultimi due a diventare in futuro personaggi anche della panchina azzurra. Bruno Pesaola, il “Petisso” (da allenatore campione d’Italia con la Fiorentina) sarebbe stato l’allenatore della Coppa Italia, la seconda per il club partenopeo, e dei due trofei internazionali (Coppa delle Alpi e Coppa di Lega italo-inglese) mentre Vinicio negli anni ’70 avrebbe sfiorato lo scudetto col suo gioco all’avanguardia, pioniere degli attuali modelli tattici e in linea con l’allora “calcio totale”.

In quegli anni si sarebbero distinti giocatori come il grande Antonio Juliano, campione d’Europa con la nazionale, talento inseritosi al fianco di calciatori come Sivori e Altafini, Dino Zoff, Cané, pseudonimo di Jarbas Faustinho, sotto la guida presidenziale di Roberto Fiore (e poi di Corrado Ferlaino), ma senza riuscire a centrare lo scudetto, sogno popolare da attendere ancora a lungo.

Negli anni ’70 il calcio italiano assiste a un grande Napoli, grazie a giocatori come Tarcisio Burgnich, Beppe Savoldi (“Mister Miliardo”), Braglia, Pogliana, Sergio Clerici, Panzanato, Gianni Improta, Montefusco, poi il “Giaguaro” Castellini, ma sempre andando vicino a titoli sfumati per poco. Il Napoli di Corrado Ferlaino, presidente tifoso che avrebbe condotto un mandato lunghissimo, iniziato nel 1969 e con la prima vittoria in Coppa Italia nel 1976. Quello è il prologo di una gloria ancora da venire.

L’anno successivo un arbitraggio ostile e discusso avrebbe privato il Napoli della possibilità di approdare alla finale di Coppa delle Coppe. Ma pure la gara di ritorno della semifinale con l’Anderlecht (il Napoli aveva vinto l’andata grazie a un gol di Bruscolotti, capitano storico degli azzurri) sarebbe stata vendicata dodici anni dopo.

I primi anni ’80, drammaticamente segnati dal terremoto, sono caratterizzati dall’arrivo di Ruud Krol, grande fuoriclasse proveniente dall’Ajax tre volte campione d’Europa, da un altro scudetto sfuggito clamorosamente (storica la sconfitta interna col Perugia) e da un paio di retrocessioni evitate con grande sofferenza. Il rigore di Moreno Ferrario col Genoa timbra ancora di sollievo il bacio sacro e profano di Pesaola sulla catenina. 

Il 5 luglio del 1984, allo stadio San Paolo di Fuorigrotta, Diego Armando Maradona sale le scalinate che danno al terreno di gioco. È il giorno che interviene sulla storia di una città. E non solo. Un trauma senza precedenti sta per mutare la segnica di un popolo e di un sentimento. Il personaggio più importante della storia del calcio approda nel luogo in cui la parola gloria non è ancora stata sperimentata. La storia di Maradona a Napoli non ha bisogno di nulla che non sia quello che ancora adesso non è stato ancora del tutto compreso. Un enigma meraviglioso avvolge di suggestioni profondissime un legame centrale nel contemporaneo partenopeo. Maradona e Napoli saranno destinati a fondersi in una formula della felicità eterna e struggente.

L’arrivo di Maradona a Napoli è avvenuto grazie a una trattativa da considerarsi la più complessa e appassionante della storia del calcio. Una manovra economica in cui sono intervenuti politici e banche, per un’alleanza sicura che avrebbe assicurato alla città di Napoli qualcosa senza precedenti. A quell’operazione partecipò anche quella parte di storia che era stata grande, ma non era riuscita a vincere. Su tutti, il compianto Antonio Juliano, che ebbe un ruolo quasi decisivo. 

Il Napoli di Maradona ha avuto in organico grandi giocatori. Da Salvatore Bagni ad Antonio Careca, tra i più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, passando per Alemao (grande centrocampista della Seleção), Francini e Nando De Napoli. Da Ciro Ferrara (napoletano per un decennio legato alla maglia azzurra) a Gianfranco Zola, talento di fatto allievo di Maradona. Senza dimenticare Andrea Carnevale, uomo decisivo per molti trionfi azzurri, e Bruno Giordano, attaccante di grande qualità tecnica. Tutti artefici di traguardi inimmaginabili fino a quel momento.

Gli anni di Maradona, del suo bacio a Salvatore Carmando, in cui Ottavio Bianchi fu conduttore tecnico di grande equilibrio, per poi lasciare il posto ad Albertino Bigon (uno scudetto e una Supercoppa italiana) e l’epoca d’oro di Ferlaino sarebbero terminati in maniera drammatica, aprendo il baratro umano in cui sarebbe finita la resistenza del Pibe de Oro. Sotto assedio per una vita e voluto bene solo da chi avrebbe saputo rispettarne prima di tutto la dignità personale. Oggi che lui non c’è più quello stadio porta il suo nome. 

Il dopo Maradona sarà caratterizzato da una lenta parabola discendente (in cui si distingueranno calciatori come André Cruz e Stefan Schwoch) dell’era Ferlaino (da ricordare che l’ultimo calciatore italiano ad aver vinto il Pallone d’Oro è Fabio Cannavaro, napoletano, cresciuto nel settore giovanile del Napoli e lanciatosi proprio con la maglia partenopea), fino al fallimento del 2004.

Il tribunale metterà la parola fine a una storia che Aurelio De Laurentiis ha saputo restituire forte e rinvigorita agli entusiasmi dei suoi tifosi. Attraverso altri linguaggi, dentro un altro tempo, in cui sopravvivrà la macchinetta del caffè di Tommaso Starace (figura storica del Napoli calcio) ma con un Napoli nuovamente competitivo, col merito più grande di aver reso il Ciuccio un simbolo lontano da umiliazioni e mortificazioni. Il Napoli di De Laurentiis, che qui non ha bisogno di presentazioni e ulteriori descrizioni, ha riportato in squadra grandissimi campioni. 

Il percorso dalla C, con a capo Eddy Reja, condotto da Sosa, Calaiò, Grava, Gennaro Iezzo, il capitano Montervino e poi Paolo Cannavaro, ha conosciuto e amato giocatori come il “Pocho” Lavezzi, “Marechiaro” Hamsik (tra i grandi capitani della storia azzurra, tra i migliori centrocampisti visti all’ombra del Vesuvio e calciatore col maggior numero di presenze nel Napoli), Cavani, Higuain, Mertens (ad oggi miglior realizzatore della storia), Reina, Callejon, Albiol, Koulibaly, Insigne, Maggio, Fabian Ruiz, Zielinski, Jorginho, Ghoulam, Osimhen, K'varatskhelia, Kim, Politano, Elmas, Lobotka, Lozano, Neres, Meret, Lukaku e altri ancora. Fino ad allenatori come Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti, Spalletti, Conte. Per altri scudetti e trofei nazionali.

Oggi la bandiera del Napoli è in mano a calciatori come McTominay, Anguissa e Di Lorenzo. Una bandiera che, anche in un calcio che come fenomeno cambia come cambia il mondo, trova il suo momento più saldo ogni volta in cui un tifoso si sofferma a ripensare a questa storia.


P.S. In questa rassegna di fatti e di ricordi non sono stati citati altri nomi che meriterebbero di essere riportati. Per questo occorrerebbero tante pagine. Tante pagine per Lucidio Sentimenti, Ottavio Bugatti, Amedeo Amadei, Paolo Barison, Giuliano Giuliani, Claudio Garella, Francesco Mancini, Gaetano Musella, Gianni Di Marzio, Vujadin Boškov, Pasquale Fiore, Carmelo Imbriani, Carlo Iuliano, Gennaro Rambone, Dino Celentano, Paolo Resi e tanti, tanti altri. Questo articolo è dedicato a loro e a chi è parte di questa storia, ma non può più raccontarla.