25 maggio 1967, Lisbona: l’Inter di Herrera gioca la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic Glasgow. Nonostante il vantaggio di Mazzola, la beneamata si fa raggiungere dagli scozzesi nei minuti finali e perde la possibilità di essere campione d’Europa per la terza volta in quattro anni. Nemmeno una settimana dopo c’è da giocarsi lo scudetto: è giovedì primo giugno: i nerazzurri hanno un punto di vantaggio sulla Juventus seconda, giocano fuori casa contro il Mantova già salvo mentre la Signora riceve una Lazio che ha necessità di vincere per salvarsi. I dirigenti mantovani, per incentivare l’impegno dei giocatori, promettono un premio vittoria. Accettano tutti tranne uno: tranne Beniamino Di Giacomo, ex di turno.
Proprio Di Giacomo, nella ripresa, lancia in area un apparentemente innocuo tiro-cross: Giuliano Sarti si fa trovare impreparato, non blocca, perde la palla, subisce goal: Mantova in vantaggio; qualche minuto prima, Bercellino aveva portato avanti la Juventus. Francesco Francescon fece il resto: prima Suarez e poi Mazzola caddero in area, ma l’arbitro della sezione di Padova non fischiò nemmeno una volta. Finirono così, le partite ed il campionato: l’1-0 di Mantova ed il 2-1 di Torino consegnarono il titolo alla Juventus. Sul gong, all’ultima giornata, con un punto di vantaggio. Pochi giorni dopo, i milanesi persero anche la semifinale di Coppa Italia, 3-2 contro il Padova, che giocava in Serie B. L’anno successivo arrivarono quinti: Herrera andò via, Moratti lasciò la carica di presidente. Si chiuse il ciclo della Grande Inter.

L'Inter che giocò la finale di Lisbona (getty images)
Non era la prima, e non sarà l’ultima volta che lo scudetto verrà assegnato all’ultima giornata: Verona divenne fatale alla Milano rossonera nell’ultima giornata del campionato 1972/1973, quando Rivera e compagni persero 5-3 contro gli scaligeri mentre la Juventus vinceva 2-1 contro la Roma all’Olimpico; la Fiorentina di Antognoni pareggiò in casa contro il Cagliari, lasciando libera strada alla Signora vittoriosa a Catanzaro, nel 1982/1982; poco meno di vent’anni dopo toccò ai bianconeri arrendersi: alla pioggia di Perugia, al goal di Calori, alla Lazio, nuova campione d’Italia – era l’ultima giornata del campionato 1999/2000. Ribaltamenti di classifica, ultime giornate gestite male, punti buttati al vento, batticuore, speranza e disperazione: altalene su cui la Serie A di oggi non gioca più, ma che sono state all’ordine del decennio fino a qualche tempo fa. Fino ad uno dei giorni più popolarmente ricordati del calcio italiano moderno. Fino al paradigma del suicidio sportivo. Fino al 5 maggio 2002.
L’Inter era guidata da Hector Cuper, l’eterno secondo, capace di perdere due finali di Champions consecutive con il Valencia; Ronaldo era appena ritornato da un infortunio lungo un anno, e sarebbe stato importantissimo nella corsa finale, con sette goal nelle sole 10 partite giocate quell’anno. La Juventus, invece, era al secondo capitolo di Lippi: forte, fortissima, ma quell’anno con qualche problema (soprattutto tattico) che lasciò porte aperte agli scivoloni, soprattutto in avvio di stagione. Poi c’era la Roma, ancora a Capello, che avrebbe recitato un ruolo da protagonista per più di metà campionato. E la mina vagante, il Chievo dei miracoli, quello allenato da Del Neri, che fu vice-campione d’inverno.

Hector Cuper, eterno secondo (getty images)
Nel girone di ritorno i capitolini persero la testa della classifica in favore dell’Inter, che l’avrebbe retta per molto nonostante le inseguitrici non lasciassero aria. Quando mancano dieci minuti alla fine della terzultima giornata, i nerazzurri stanno vincendo in casa del Chievo proprio mentre la Juventus pareggia contro il Piacenza: fosse finita così, la Beneamata avrebbe avuto cinque punti di vantaggio sull’inseguitrice diretta a sole due giornate dalla fine – de facto, scudetto in tasca. Invece Cossato pareggia, e Nedved fa esplodere la Juventus: a due giornate dalla fine, le prime tre sono in due punti: Inter 66, Juventus 65, Roma 64. A due giornate dalla fine, ancora nulla è deciso.
Vinceranno tutte, alla penultima. Ed allora, sipario alzato sulla sfida a distanza, tutte in trasferta: l’Inter all’Olimpico contro la Lazio, la Juventus al Friuli, la Roma al Delle Alpi contro il Torino. All’ultima giornata, ancora nulla è deciso. È il 5 maggio del 2002.
Da un ventennio i tifosi della Lazio sono gemellati con quelli nerazzurri; fanno il resto la prospettiva scudetto per gli odiati cugini romanisti ed una stagione giocata sotto le aspettative: quel giorno, lo stadio della capitale sembra una succursale della Nord di San Siro: settantacinquemila persone che aspettano di festeggiare, vestite di nerazzurro. Ed esplode subito, la novella San Siro: al 12’ una papera di Peruzzi regala un goal a Vieri: è la risposta al doppio vantaggio della Juventus, che con i goal di Trezeguet e Del Piero aveva chiuso la pratica Udine dopo poco più di dieci minuti. La Roma continua a pareggiare contro il Torino, ed al 15’ dei primi tempi la classifica recita Inter 72, Juventus 71, Roma 68.
La giostra, però, non si ferma: al 20’ Karel Poborsky rimette le cose in parità, poi dopo quattro minuti Di Biagio riporta l’Inter davanti. Al Friuli si gioca con la radio nelle orecchie. E tutti esultano, sempre più increduli, quando sentono che un retropassaggio orrorifico di Gresko ha regalato ancora all’accorrente Poborsky il pallone per il 2-2: è il minuto 45 del primo tempo. Alla fine della prima frazione, lo scudetto è bianconero: Juventus 71, Inter 70, Roma 68.
È un pugno in faccia, quel goal di Poborsky. L’Inter non riesce a rialzarsi, e quando entra in campo nel secondo tempo appare percossa e attonita. Ronaldo e Vieri sembrano aver perso la bussola, ed a fare il resto ci pensa la difesa: al 56’ segna Simeone, al 73’ è la volta di Simone Inzaghi. Cinque minuti dopo il fenomeno esce, piange, disperato: sarà la sua ultima partita in nerazzurro. E, come se non bastasse, al 68’ aveva segnato pure Cassano: anche la Roma aveva scavalcato l’armata di Cuper. La Serie A assiste ad un tracollo inimmaginabile, e quando arriva il triplice fischio gli juventini sembrano non crederci, e nemmeno i romanisti. E nemmeno, manco a dirlo, tutta la Milano nerazzurra. Juventus 71, Roma 70, Inter 69: l’Italia al nunzio sta.
Nell’immaginario sportivo, l’Inter è la novella Napoleone del pallone; il 5 maggio, più che morte, la sua personalissima Waterloo - 35 anni dopo quel primo giugno. Quello scudetto non sarà ricordato per essere stato vinto dalla Juventus: è, e sarà sempre, lo scudetto perso dall’Inter, che sperava di raggiungere il risultato più importante in patria tredici anni dopo Trapattoni e Matthäus, e che dovrà rinviare la gioia prima ai tribunali, poi all’immediato post-calciopoli. E quando s’arriva al 5 maggio c’è chi festeggia il ricordo della vittoria e chi subisce l’amarezza di quella sconfitta, ancora oggi, dodici anni dopo. Tanto il clamore del tricolore strappato, vivo il ricordo delle lacrime di Ronaldo, sprezzante il verso manzoniano riveduto e corretto - che forse, a tanto strazio, cadde lo spirito anelo, e spirò.
Antonio Cristiano
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