Francesco Farioli, tecnico del Porto, ha parlato nel corso di un'intervista concessa al Corriere dello Sport dopo la vittoria del titolo in Portogallo a 37 anni.

Intervista a Farioli


Ajax? 
«Si può imparare da tutto, dalle vittorie e dalle sconfitte. Ho sentito dire molte volte che abbiamo perso il titolo e commesso errori, ed è vero. Certo. Ma le ultime cinque partite, in termini di xG e occasioni create, sono state le migliori che abbiamo giocato. Analizzando tutto è stato quasi un autosabotaggio, tant’è che avevo deciso di dimettermi alla penultima, prima del Groningen. Questo non giustifica nulla, ma a volte bisogna accettare le cose per come stanno».  
  
Ora, però, lei è un campione.  
«Ma non sono diventato biondo né alto 1,95. Sono la stessa persona e non credo di aver fatto un lavoro migliore rispetto alla scorsa stagione. Anzi, credo di aver fatto qualcosa di più e di meglio all’Ajax. La differenza è che ogni singola parte del Porto è andata esattamente nella stessa direzione, con lo stesso desiderio. E ha fatto la differenza. E ora...». 
 
E ora viene il bello d’Europa.  
«La Champions, sì: uno sport diverso. Sento di dover ripartire e spingermi oltre perché le aspettative saranno ancora più alte. Il primo passo, però, sarà la Supercoppa di inizio agosto».  
 
Lei ha accettato il Porto in piena crisi.  
«A Villas-Boas ho detto sì in tre minuti davanti a un caffè. Cercavo persone con le mie stesse motivazioni e lo stesso spirito: vendetta non è la parola giusta, ma voglia di ribaltare un fallimento o qualcosa andata storta. E poi, sono abituato a entrare in situazioni non proprio comode: molti cambiamenti, problemi di budget, la necessità di ridurre gli stipendi...».  
 
In Italia ci sono club floridi che oggi farebbero tanto per averla, lo sa?  
«Eppure un anno fa avevo due proposte in B e due da candidate alla lotta per non retrocedere. Qui sto benissimo, ho anche rinnovato: sinceramente in questa fase non ci penso, non mi manca. Credo di essere nel posto migliore possibile: qui il calcio è uno stile di vita e c’è la sintonia che amo».  
 
Mourinho?
«Un anno fa, prima dell’ultima partita con il Twente, mi mandò un vocale per darmi qualche suggerimento e si è creato un rapporto: mi ha spiegato la città, la sua gente. Stringergli la mano prima di sfidarlo, senza dirci una parola ma con enorme rispetto, è stato davvero emozionante. Ha scritto la storia. Quando vinceva all’Inter avevo 20 anni, l’ho menzionato nella mia tesi di laurea».  
 
Le manca l’Italia?  
«Mi mancano la famiglia, gli amici, la Toscana. I luoghi del cuore. Anche perché quest’anno non mi sono mai mosso dal Portogallo: devo ancora ritirare il passaporto alla questura di Montecatini!».  


Se si guarda indietro?  
«Penso che a 30 anni non avevo ancora la licenza Uefa A e il mio obiettivo era tornare al Sassuolo come allenatore entro cinque anni. E poi che a 37 sono già stato all’Ajax e al Porto, club incredibili, e che sono grato. Grato alla vita e alle persone».