Il 1974 è l’anno di Apostrophe ('), di Frank Zappa, chitarra cerebrale del Novecento. Il 1974 è l’anno del mondiale rock. Perché? Perché si tiene nel bel mezzo del decennio indisponente per eccellenza. La raffinazione degli anni ’60 avviene nei dieci anni successivi, prima di consumarsi sotto i colpi del sound cupo e disincantato dal 1980 in poi. L’anno 1974 è uno dei periodi centrali. Pure per il calcio. L’Olanda tutto Ajax e Cruijff presenta al mondo il suo calcio spavaldo e innovativo. Lo fa col taglio di capelli dei bassisti e dei batteristi di quegli anni, perché quel futbol deve essere scandito da un ritmo in cui bisogna intendersi.
La formazione che Rinus Michels schiera per la finale di Monaco di Baviera, all’Olympiastadion il 7 luglio alle ore 16.00 locali vede qualche frammento del Feyenoord e dell'Anderlecht, ma l'impianto è tutto lancieri:
8 Jan Jongbloed
20 Wim Suurbier
17 Wim Rijsbergen
2 Arie Haan
12 Ruud Krol
6 Wim Jansen
13 Johan Neeskens
3 Willem van Hanegem
16 Johnny Rep
14 Johan Cruyff
15 Rob Rensenbrink
L’Argentina, la Germania Est e il Brasile hanno preso otto goal senza segnarne nessuno. Gli olandesi vengono da un marchio di fabbrica che già con l’Ajax impartisce lezioni di calcio, di spettacolo, di estetica vincente e di ogni altra cosa riesca a fare del pallone uno strumento di bellezza. Qualcuno lo chiama 4-3-3, qualcun altro 4-1-2-3 e c’è pure chi lo guarda con gli occhi del 4-3-2-1, a mo’ di conto alla rovescia che culmina nel genio di Cruijff, il 14 più celebre della storia del calcio. Inutile soffermarsi sugli aspetti tattici? Può darsi, ma proviamo a farlo per il piacere di passare in rassegna il museo in cui ogni movimento di quella squadra ancora oggi fa scuola al mondo del pallone.
Portiere sempre in grado di poter giocare fuori dai pali. Jongbloed partecipa al gioco come gli altri calciatori, aumentando le alternative di palleggio e fornendo un ulteriore riferimento difensivo. Pressing a tutto campo sui portatori di palla. I calciatori olandesi si alzano dalle linee di schieramento, aggrediscono il portatore di palla avversario e tornano in posizione. Trappola del fuorigioco. Possesso palla, palleggio rapido, undici calciatori totali, che sanno attaccare e difendere, impostare e aspettare. Il più polivalente di tutti è Cruijff, che si distingue non soltanto per la sua qualità di gioco, ma anche per la capacità di muoversi per tutto il campo interpretando nella stessa partita tutti i ruoli possibili, davanti e dietro la palla. Gli altri dieci, nel frattempo, sanno sempre cosa fare. L’Olanda di quegli anni è l’unico totalitarismo che non miete vittime.
La prima fase, caratterizzata da Svezia, Bulgaria e Uruguay, per i tulipani è un allenamento. Due vittorie e un pareggio sono più che sufficienti per incontrare avversari più blasonati nei turni successivi. L’unico avversario in grado di impensierire l’Arancia meccanica è la Germania Ovest, il lato occidentale di quel che resta dell’anima teutonica.
La Germania Ovest, ai comandi di Helmut Schön, tedesco di Dresda, schiera la seguente formazione:
1 Sepp Maier
2 Berti Vogts
5 Franz Beckenbauer
4 Hans-Georg Schwarzenbeck
3 Paul Breitner
16 Rainer Bonhof
14 Uli Hoeneß
12 Wolfgang Overath
9 Jürgen Grabowski
13 Gerd Müller
17 Bernd Hölzenbein
La partita è iniziata più di trent’anni prima. Willem van Hanegem, centrocampista dell’Olanda e fonte meravigliosa di gioco, ha perso il padre e i fratelli durante la seconda guerra mondiale. Come? Sono stati uccisi dalla Gestapo. È solo uno degli aspetti intimi e drammatici di una gara che è l’oltregara.
Quando Gerd Müller al 43’ del primo tempo realizza la rete del 2-1 per la Germania, l’incanto dei favoriti si spezza. Dopo un inizio in cui gli uomini di Michels non avevano fatto toccare palla ai tedeschi, procurandosi e trasformando con Rensenbrink il rigore del vantaggio, la finale si era preannunciata come un monologo consacrante. Dall’altra parte ci sono Franz Beckenbauer, l’uomo in frac del calcio europeo, Berti Vogts, terzino destro e futuro allenatore della Germania post caduta muro di Berlino, Paul Breitner, il “Maoista”, anima politica del calcio pensatore, emblema della personalità dentro e fuori il campo di calcio. In pratica, se l’Olanda sfoggia l’Olanda, la musica dei tedeschi risponde al rigore mitteleuropeo e blinda di marmo e resistenza la reazione scomposta e nervosa di un secondo tempo che vede gli olandesi scomporsi, quasi impreparati davanti alla possibilità di non poter più recitare il copione della dominazione.
Jack Taylor, arbitro inglese di mestiere macellaio, dopo aver discusso animatamente con Cruijff, ammonisce l’asso olandese per eccesso di proteste. Il sacro 14 è nervoso e come lui lo sarà tutta la squadra, incapace nella ripresa di reagire con freddezza e intelligenza. La possibilità della difficoltà non era stata prevista, al cospetto di chi, invece, le eventualità le aveva ipotizzate tutte. Rimediare a soggetto non è possibile e la nuova Coppa del Mondo, quella che ancora oggi brilla sotto gli occhi dei sogni dei calciatori, finisce tra le mani ferme e spietate della Germania Ovest. E la finale “rock” serba il suo epilogo a sorpresa.