Fabio Pisacane ha rilasciato una lunga interista ai microfoni di Cronache di Spogliatoio. Il tecnico del Cagliari ha parlato della sua esperienza alla guida del club sardo, del metodo e delle fonti di ispirazione.

Alla prima esperienza in Serie A sono tanti i temi trattati, tra cui anche quello dei giovaniDi seguito le sue parole.

Le parole di Pisacane

"Quando mi hanno nominato allenatore del Cagliari, ero alla prima esperienza in Serie A e non me lo aspettavo. Non ho avuto problemi a mostrare le mie fragilità alla squadra, anche perché penso che un uomo non si giudichi dalle sue fragilità, dal fatto che non ha paura di mettere fuori quel suo lato debole. In questi mesi ho solo cercato di essere me stesso, entrando in punta di piedi e umilmente mostrando le mie debolezze. E nello stesso momento ho messo fuori i miei lati forti, i miei pregi. Perché quando sei umano e credibile, tutto diventa più facile. La paura non è un limite, è il linguaggio dei vincenti".

Sul coltivare i rapporti:
"I miei compagni mi hanno sempre detto che avevo una dote: coltivare rapporti. Soprattutto nello spogliatoio. Questa è una caratteristica che è difficile allenare, qualcosa che hai dentro. Coltivavo rapporti, è normale che poi nel calcio giocato, dall'altra parte si vive anche di tanti bias cognitivi, scorciatoie, pregiudizi. Quello significa sapersi muovere in spogliatoio, che è molto interessante. Perché quando due compagni hanno una discussione è normale che devi stare nel mezzo, devi essere neutro, devi cercare di capire lo stato d'animo di uno e dell'altro e sai che in quel momento l'atteggiamento che stai avendo porta punti.
Perché se riesci con i modi e con i tempi giusti a metterli di nuovo l'uno davanti all'altro e farli chiarire è qualcosa che poi ti riporti anche in campo, che devi sapere come muoverti con i tempi e con i modi. Ho tanta ambizione. Ispirato anche da un maestro come Claudio Ranieri, che una volta mi ha detto: ‘Puoi essere bravo quando vuoi nell’aspetto tecnico-tattico, ma se non sai gestire il gruppo è tutto inutile."

Sulla curiosità:
"Questo mi ha portato a volermi evolvere partendo da un concetto che mi ha sempre accompagnato nella vita: la curiosità. Il calciatore Fabio Pisacane è un capitolo chiuso, quando mi manca mi guardo qualche video, ma devi scindere le due carriere: quel personaggio non esiste più, ma da quel personaggio mi sono preso la voglia di essere curioso ed evolvere. Questo andare avanti mi ha portato a fare un master alla Bocconi, in comunicazione, mi ha portato a fare uno studio sulla generazione, mi ha portato a cercare di imparare più lingue. L'ambizione è quella di voler fare questo lavoro su più latitudini. Sono tre anni e mezzo che faccio inglese. Faccio lezioni private con una madrelingua che si chiama Haiti, che vive qua a Cagliari, ha il padre canadese e la mamma sarda, ha scelto di vivere in Sardegna. E poi ne faccio una qui a Cagliari, in centro. Ho provato anche lo spagnolo e anche francese: i dittonghi mi piacciono tantissimo…".

Sull'evolversi:
"Lo studio a cui sono più legato è quello sulla generazione. Ero in vacanza a Ibiza con la famiglia. Chiacchierando e chiacchierando con un amico, mi ha aperto un mondo, ho fatto delle lezioni private e ho approfondito le generazioni. Quello che siamo stati e quello che stiamo diventando.
Questa generazione, come ho detto prima, vive di like, di desiderio, di sfide, qualsiasi cosa deve essere finalizzata a un premio, vivono di obiettivi. Il troppo diventa noioso, il poco li stressa. Devi conoscere per cercare di ottimizzare. E qui entriamo in quello che dicevo prima, perché possiamo essere gli allenatori più forti al mondo tecnicamente, tatticamente, però se poi non ti rapporti con questa fascia d'età come ti devi rapportare, è tutto inutile. Oggi la barriera della cultura è un po' valicata, perché il focus è sulla generazione ti permette di parlare con più nazionalità allo stesso modo. Anche perché poi tutti hanno un pensiero unico finalizzato alle immagini. Oggi la capacità più sviluppata del cervello è la capacità visiva. Perché questa generazione si è adattata alle immagini, l’input del cervello è cambiato nella predisposizione a quello che poi ti permette di mettere dentro. Penso che il discorso culturale è importante, però è molto diminuito il focus sulla differenza culturale. Perché poi quello che uno deve fare in ambito lavorativo è cercare di trasferire concetti nel modo migliore possibile. Oggi questa generazione ha necessità di sentire presenza e non sentire durezza. Ma mi piace sottolineare che il contatto non è strategia. È quasi un principio di carattere generale in una persona, se ce l'hai. Per me è un principio. Anche perché poi i calciatori ti sgamano. Qualcosa di sforzato, meglio non farlo. Qualcosa di spontaneo sì"