Adesso può uscire dalla linea, staccandosi per sempre dai doveri e dai meccanismi. Franco Baresi è il simbolo di una zona di campo che un tempo fu battuta da interventi e riflessioni. Per chi la praticava e per chi doveva ingannarla. Nella seconda metà degli anni ’80 fu il lancio di un’idea per cui solo il genio dei più grandi riusciva a trovare il disinnesco. Negli anni successivi fu garanzia di vittoria.

Se un pittore dovesse riprodurre a memoria le immagini degli anni in cui Franco Baresi dirigeva la difesa, di certo non potrebbe fare a meno di disegnarlo col braccio alzato. Pure nel Subbuteo, prima o poi, dovranno pensarlo diverso dagli altri, con la mano alta a suggerire al guardalinee la chiamata. Giusta o sbagliata? Stava nella suggestione di un carisma che prevaleva sopra ogni gerarchia.

“Questa è la maglia di un grandissimo calciatore. Franco Baresi è il massimo come difensore”. Così disse Maradona dopo un Napoli-Milan, con la maglia rossonera numero 6 addosso. Erano anni in cui la parola marcatura aveva un significato profondo. Non proveniva da teorizzazioni tattiche esclusivamente legate a schemi e statistiche, ma era un ordine di esecuzione ad personam. Dietro mandato e con un luogo a procedere senza esclusione di colpi. Tra certi fuoriclasse diventava una questione d’onore, una faccenda privata, ma sempre con l’occhio alla regola del pallone.

Baresi è stato il più grande interprete dell’intelligenza difensiva. Muovere tutto il reparto per impedire all’avversario di offendere, contemporaneamente facendolo senza risparmiarsi dal duello. Baresi è stato il capitano che ha vissuto più di chiunque altri la transizione tra un calcio solido, fangoso e durissimo e quello proiettato verso la raffinazione tattica, sempre più ripulito da quella relazione a stretto contatto con l’avversario. L’intimità della tensione agonistica. Qualcosa che molti calciatori sognavano prima di andare in campo, perché c’era da affrontare prima di tutto l’ossessione.

Adesso può uscire dalla linea. Palla al piede e testa alta. L’ultimo avversario si è rivelato in sua marcatura. Senza poter essere sconfitto. Adesso nel calcio italiano il numero 6 porta inevitabilmente un nome e un cognome.