Come è andata mai si saprà. La caduta libera del calcio nazionale tenta l’atterraggio di fortuna. Oppure la manovra è molto più orientata di quanto si possa immaginare. Malagò si è fiondato sulla necessità di un cambio che in apparenza ha il valore dell’uscita di emergenza da un imbarazzo politico, ma di fatto porta con sé ragioni molto più profonde.

Roberto Mancini, risorto dall’annuncio corredato di scuse del diretto interessato da parte del presidente federale sulle sue dimissioni (Malagò ha tenuto a sottolineare che Mancini si è scusato più di un anno fa su come aveva lasciato la guida della nazionale), e Claudio Ranieri sono la restaurazione a furore di popolo.

La mossa rassicurante che restituisce alla nazionale italiana di calcio l’allenatore al quale è legato l’unico ricordo piacevole dopo il 2006. Incarico completato dalla presenza di una figura signorile, e ancora più rassicurante, come Ranieri, un uomo di calcio più volte sull’orlo dell’addio al fútbol, ma sistematicamente richiamato dall’urgenza di correre ai ripari.

Se la cordata filo-rossonera ha urtato le suscettibilità e le perplessità istituzionali – Maldini, Leonardo e Pirlo saranno destinati all’accidente nello spartito della sinfonia di questa storia – il ritorno di Mancini segna un verso delle cose di cui non si ha certezza della direzione. È il vecchio che torna per cambiare il nuovo o è un nuovo accorso a scongiurare il vecchio? Storie all’italiana, per dirla in maniera qualunquista. Che però non sembrano nemmeno funzionare più come una volta, per dirla onestamente.

Il mister jesino dovrà ricominciare da dove aveva lasciato in maniera un po’ brusca, a suo tempo anche frettolosa e indispettita. Tuttavia Malagò sembra avergliela felicemente perdonata. Un perdono che in questa vicenda evidentemente doveva rispondere alla necessità di mettere da parte ogni risentimento. Più di tutto parleranno il tempo e la pazienza: "I due più grandi combattenti". Diceva uno scrittore russo.