Mentre sul numero 3 si diffondono tutti gli slogan del caso, il terzo “miracolo napoletano”, per restare in tema, porta con sé l’inevitabile rievocazione dei suoi due precedenti. Stavolta, con la necessità di fare delle differenze. Dovute soprattutto al divario epocale che divide quegli anni da questi. Un solco storico che ha scavato un fossato in cui sono precipitati eventi e cambiamenti, su cui si sono aggrappate immagini e residualità che senza scampo chiedono ancora che qualcuno se ne ricordi.
“La storia” ha moltiplicato la sua sete di verdetti accelerando i suoi sviluppi dentro l’equazione dimensionale del Novecento. A tutta velocità. E il calcio non è stato risparmiato allo spettacolare tritacarne che ha mischiato ebbrezze e artifici dentro questa modernità 2.0 sempre più rivolta al futuro, lanciata senza freni verso una visione cieca e affrettata per scorgere un orizzonte reale delle cose. Fino a farsele sfuggire tutte irrimediabilmente di mano. Una nuova forma di controllo. Il pallone allora è diventato il doppio del nuovo e della malinconia. Un segno gemello creatore e artefice di se stesso.
Il dopo fallimento ha condotto il Napoli a una nuova riscoperta di sé, ma senza smarrire il suo passato. Da una parte la volontà di una società, di una proprietà, quella di De Laurentiis, volutamente distante dalla storia, dall’altra un popolo tifoseria troppo identitario per non poter aggiungere la sua vela a un’orientata e non sempre bene accetta navigazione.
Il terzo scudetto del Napoli ha come merito più grande quello di aver riassunto il passato e il presente in un’unica soluzione di felicità. La costruzione di Giuntoli, la lungimiranza e il coraggio di Spalletti, finalmente affrancato da quella condizione di eterno secondo nell’Italia delle vittorie solo delle tre grandi del nord, in grado di cucire una squadra formata da Di Lorenzo, Kim, Kvara, Osimhen, Lobotka, Simeone, in un Arlecchino razionale e sentimentale trasversale nella sua struttura eterogenea e trasversale, codificato e acuto nel suo costante dispiegamento.
Il Napoli ha dominato un campionato fugando i dubbi da tradizione e mortificando le gioie d’ufficio con la sua indifferenza a tutto e a tutti. Una pedagogia dell’insistenza dentro una raffinatezza tattica finalmente duttile ed elastica. Priva di ideologismi tecnici e forzature. Tutto un percorso iniziato e poco a poco ripulito nelle fasi di crisi (inevitabili) partito dalla “rabbia” di Mazzarri, passato per le aperture di Benitez, nell’estetica di Sarri, nella poco felice sperimentazione di Ancelotti, culminato nella gestione dell’allenatore che più di altri è arrivato a Napoli non senza qualche diffidenza.
I due scudetti precedenti furono forgiati nella potenza del più grande, nella costruzione di una società di altra formazione dentro un sistema politico più radicato, per una squadra che nel 1987 vinse con la magia di un entusiasmo orientato da Maradona in mezzo a un gruppo di tanti napoletani, mentre nel 1990, con una squadra di caratura superiore sul piano tecnico (Careca, Alemao, Francini, Crippa et cetera) si affermò in Europa e in Italia per la seconda volta tanto grazie alla sua solidità quanto al genio di Maradona. Perché molti trascurano il fatto che il secondo scudetto del Napoli porta la firma del Pibe de Oro ancora di più del primo. La porta sul piano tecnico, laddove in tutte le partite di quel campionato serratissimo e difficilissimo Maradona fu determinante con gol, assist e giocate. Statisticamente onnipresente.
Il Napoli del 1987 è stata la squadra della “Primavera napoletana”, il manifesto letterario di una città in ripresa spirituale dopo gli anni figli della tragedia del terremoto, il Napoli del 1990 è stato il completamento tecnico di una squadra che in quegli anni ha vantato il più grande calciatore del mondo e la prima punta della nazionale brasiliana, oltre a un numero altissimo di calciatori presenti nelle rispettive nazionali.
Quello del secondo scudetto è stata una squadra allineata alla tradizione di un calcio, quello italiano, che in quegli anni era il palcoscenico numero uno del futbol mondiale. È come se oggi il Napoli avesse in squadra Messi e Mbappé o Messi e Neymar, per tentare un paragone. Quello del secondo tricolore fu la forza di opposizione tecnica e caratteriale di un Milan che avrebbe vinto due Champions League. Uno sforzo che al Napoli costò un prezzo che avrebbe significato un progressivo deterioramento. Una dissoluzione inevitabilmente effetto di un processo che soltanto dopo avrebbe rivelato i suoi meccanismi.
Quello del 2023, di uno scudetto su cui nessuno nell’agosto del 2022 avrebbe scommesso, è un Napoli cresciuto in silenzio, quasi di nascosto, dentro un senso della concentrazione che a Napoli si era percepito solo 33 anni fa, quando il Napoli più grande di sempre aveva compiuto il suo sforzo massimo nel suo periodo di massima espressione. Questo Napoli è l’avvento di una rara e meravigliosa forma di maturità umana e sportiva. Paradossalmente, in questo periodo storico, sarebbe stato possibile allevarlo soltanto a Napoli. lontano dalle grandezze d’élite, vicino a un sentimento che in molti credevano perduto.