Pure il calcio dei grandi corre sul filo dell’equilibrista. Da un momento all’altro anche la speranza più luminosa si spegne portandosi via solidità e sicurezza. Non scopriamo adesso l’abitudine spietata a dimenticare facilmente l’eroe pallonaro, ancor più se il diretto interessato non ha fatto in tempo a mettersi al riparo da rovesci di fortuna e banchi chiamati dalla malasorte.

 

L’aneddotica è piena di personaggi che si sono ridotti nel peggiore dei modi, oppure hanno risolto la sfortuna alla bell’e meglio, cavandosela in qualche maniera, ora inventandosi un nuovo mestiere oppure riscoprendosi facili al soccorso in autonomia.
È un banco di prova il sistema delle faccende che si trasformano nell’insuccesso. Beati quelli che sbrigano tutto con una mezza risata, una bevuta in compagnia e un appuntamento fisso al bar a raccontare storie sbalorditive a un gruppo di amici increduli.

 

Ci si chiede sempre che fine fa un calciatore quando finisce di giocare. Se è il trequartista di un club blasonato, è più difficile che la celebrità lo rispedisca alla sua originaria e anonima “mittenza”, ma se si tratta di uno che non è passato alla storia come un fenomeno, soltanto l’almanacco ricorderà il suo nome, e “il che fine ha fatto” sarà il suo futuro congedo.

 

E allora inizia il valzer dei destini curiosi. Chi fa il ristoratore, chi apre una scuola guida, chi una concessionaria, chi tenta investimenti e chi vuole fare l’allenatore o il dirigente.
Ma stavolta parliamo di uno che per arrivare alla pensione s’è messo a fare il badante. Dante Bertoneri, classe ’63, nella stagione 80\81 ha esordito con la maglia del Torino, nello stesso ruolo di Gigi Meroni. Tornante e ala destra, promessa della serie A. Predestinato? La storia invece non ha voluto che fosse un eletto, almeno per la carriera sbiadita poco a poco che l’ha caratterizzato.

 

Ha giocato, oltre che col Toro, pure con Avellino, Parma, Perugia e Massese, senza lasciare il segno, senza segnare tanto, senza impressionare quanto uno che ha esordito in A all’età di diciotto anni, giocando in maglia granata, giovanissimo, una storica finale di Coppa Italia con la Roma.

 

Eppure, qualcuno lo ricorda come uno che riusciva a dare del tu al pallone. Lui stesso si è sempre detto rattristato e immalinconito dal fatto di non essere riuscito a restare nel calcio che conta, pur avendo provato a contattare le sue vecchie società, in particolare il Torino, sbattendo sistematicamente contro un muro di indifferenza.
Di lui si diceva fosse l’erede di Meroni. Un’idea che sembrerebbe una bestemmia. Eppure, nel calcio, le cose dette sopravvivono, e certe volte pure resistendo oltre i loro stessi destinatari.

 

Dante Bertoneri non è istruito, non ha titoli spendibili. Possiede soltanto il ricordo di un calcio che è come se non gli appartenesse più e il fiato del podista, che gli ha permesso di praticare lo stesso la parola faticosa e sudata dello sport.
Dante è uno che ha confessato di essersi sentito tradito dalla parte corrotta del calcio, in quelle occasioni nelle quali intuiva che qualcosa di poco chiaro veniva organizzato.
Ed è stato tradito anche quando il calcio lo ha estromesso da ogni opportunità, per mano di quei dirigenti, in un’intervista Dante Bertoneri cita chiaramente anche Luciano Moggi, che nel pallone fanno il bello e cattivo tempo, perché “sono loro a decidere chi deve andare avanti e chi invece restare indietro”.

 

È uno religioso, devoto, che si è messo a fare pure il sacrestano. Non ha negato le ristrettezze economiche che lo hanno costretto a riparare in una vita precaria e piena di sacrifici, in qualche occasione pure “sporcata” da qualche pettegolezzo di cattivo gusto che l’avrebbe voluto coinvolto in storie di droga, mai provate e dal diretto interessato assolutamente smentite.
Di Dante molti parlano bene, definendolo un bravo ragazzo, oltre che un ottimo podista, capace di reggere sempre il ritmo dei primi, in quella corsa che, pure senza il pallone, per lui sa di riscatto.   
Ma lui ha deciso di fare il badante, dopo aver superato un corso specifico. Mestiere insolito per un ex calciatore professionista, ma gli serve per i contributi, per raggiungere la pensione.

 

Dante Bertoneri, un nome che per molti non significa molto, un ex calciatore troppo presto diventato tale, un escluso, un corridore, un sacrestano, una figura discreta, uno che senza troppi piagnistei ha cercato di riprovarci, uno che è finito sui giornali di provincia. Uno che ha deciso di lavorare come badante. Eppure, Dante Bertoneri a pallone sapeva giocare, ma nel calcio “adulto”, quello dei grandi, non basta saper giocare. Del resto, c’è una maniera di stare al mondo che non è fatta per tutti, specialmente per quelli che lo farebbero meglio degli altri.

 




 

 

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka