Di Monia Bracciali
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Mihajlovic. Mihajlovic. Mihajlovic. Quel 13 dicembre del 1998 si giocava Lazio-Sampdoria. Ad ogni punizione assegnata al serbo, si levavano i soliti “oooh” di coloro che all'Olimpico sapevano cosa aspettarsi. Fu una domenica semplice anche per i privi di fantasia, perché Sinisa sparò alle spalle di Ferron quei tre piazzati in prima battuta, stabilendo un record che ancora resiste. Una tripletta asciutta, prepotente, con l'arroganza di chi se lo può permettere.
La cronaca racconta una partita difficile per i romani. La vittoria alla fine larga e bastarda contro i blucerchiati (5 a 2), vide una Lazio giocare male e una modesta Sampdoria dell'epoca esprimersi molto meglio. Solo il rapporto carnale di Mihajlovic con le punizioni poteva sbloccare il risultato al 29', riportare la squadra in vantaggio al 45' dopo il rigore segnato da Palmieri, trascinarla di peso sul 3 a a 1 al 52' e poi farla dilagare con i gol di Stankovic all'83 e di Salas al 92'. Nella diatriba dell'esultanza e non esultanza dell'ex, il difensore la risolse con i sorrisi larghi quanto una delle sue parabole e gli abbracci al tecnico Eriksson in panchina. Il risultato fin troppo punitivo e quasi da tortura gratuita, costò la panchina a Spalletti, mister di quella Sampdoria.
Mihajlovic il cecchino, Mihajlovic il comunista nostalgico del regime di Tito, Mihajlovic che della guerra nella sua terra ne ha sempre parlato con gli occhi asciutti, così come del rapporto più o meno profondo con Zeljko Raznatovic, la Tigre Arkan, fondatore di uno degli eserciti paramilitari più sanguinari della storia. Non ha mai cercato alibi o scuse perché “Gli amici non li rinnego, né tradisco”. Adorato anche dall'ex capo di Stato serbo, Slobodan Milosevic, Mihajlovic pare portatore di un codice di comportamento tutto suo e per questo rispettato, in qualunque squadra abbia giocato o allenato. Un codice che richiama un cameratismo bellico e col quale molto ci ha giocato, spaccando da sempre l'opinione pubblica che per lui non ha mai usato mezze misure e, quando ha cercato un compromesso, gli riconosceva solo un merito: il piede sinistro. Mihajlovic come l'attore da Oscar Daniel Day Lewis, nella versione calcistica del film “My left foot”.
Quella domenica il portiere Ferron si sentiva impotente ogni volta che diceva ai compagni come piazzarsi sulla barriera. Quel pomeriggio il difensore della Lazio sfiorò la perfezione della tecnica, facendo l'amore con la balistica. La perenne ricerca dell'estetica nella terra che ha dato alla luce i migliori cestisti. A Sinisa piaceva il basket infatti, ma il rapporto passionale con le punizioni è precoce e addirittura glielo fa preferire alla pallacanestro. Una sfida, la prima, contro quella saracinesca del vicino di casa che magari adesso non c'è più ma se potesse raccontare parlerebbe di una violenza inanimata e ripetuta dalle battute di allenamento di un ragazzino col piede piccolo e che tale rimarrà (scarpe da calcio non oltre il 42 e mezzo). Quella porta, se fosse ancora in piedi, potrebbe diventare oggi luogo di pellegrinaggio.
Centosessantacinque chilometri all'ora. Sembra sia questa la velocità massima misurata in una delle sue punizioni e a farlo diventare uno specialista non ha contribuito solo la misura modesta del piede in base all'altezza e l'allenamento, ma anche un grande lavoro in palestra e una spiccata sensibilità. “Faccio 300 addominali al giorno, tutti i giorni – confessò ad una testata – Tutto iniziò quando avevo 18 anni e soffrivo di pubalgia. Per guarire, nei primi venti giorni di recupero, ho fatto complessivamente sessantamila addominali con dieci chili sul torace, sollevando con ogni piede 50 chili”. Muscoli e una buona dose di cervello: "La mia caratteristica era guardare il portiere fino all'ultimo passo, come si fa di solito coi rigori. E prendevo sempre lo stesso tipo di rincorsa. In base al movimento del portiere, poi, decidevo dove mettere il pallone".
Entrava poi in gioco un altro tipo di sensibilità: quella del calzino personalizzato e fabbricato apposta per lui da un'azienda umbra. Il difensore ha sempre sofferto di freddo ai piedi. Il tessuto, oltre a risolvere il problema termico, sta al piede come un guanto si avvolge alle dita di una mano. Mihajlovic dal piede caldo, nel significato letterale del termine.