È il 1932: a Montevideo, due fratelli bulgari emigrati in Uruguay fondano una squadra di calcio. Sarà la nostalgia di casa, sarà l'aria di acqua dolce che si sente sul Rio de la Plata: decidono di chiamarla Danubio, come il fiume blu, il più lungo della Bulgaria. Nella sua storia non sarà una squadra super-quotata (non può esserlo nel regno del Peñarol e del Nacional, che sommati fanno 92 campionati vinti) ma riesce a regalarsi tre vittorie nazionali (l'ultima due anni fa) e a regalare al calcio giocatori di talento. Sia chiaro: campioni, ma non gente da dividere in due la storia del pallone. Il Danubio è il club in cui cresce e sboccia El Chino Recoba, in cui cresce e sboccia Edinson Cavani. In cui cresce e sboccia Ernesto Javier Chevanton Espinosa.
Il 2000 è l'anno della consacrazione, per Chevanton: non ancora ventenne, segna 39 volte in 40 partite stagionali. Non è alto, non è grosso, ma è veloce, intelligente, furbo, gli viene più naturale camminare col pallone fra i piedi che senza. Un anno dopo, d'estate, dopo 14 gol in 16 partite di campionato, lascia l'Uruguay in direzione Italia, Salento, Lecce. Il ds Pantaleo Corvino deve sostituire Cristiano Lucarelli, ceduto al Torino, e l'occhio lungo lo punta a pescare il ragazzo dall'Uruguay. Poche settimane dopo da Montevideo arriva anche Guillermo Giacomazzi. Il Lecce è l'unica squadra del sud in quella Serie A, e punta a rimanerci dopo aver conquistato la salvezza nel campionato precedente. Chevanton fa coppia Vugrinec, in panchina si scaldano due ragazzini dell'est che sembrano promettere bene: uno è il quindicenne bulgaro Valerij Bojinov, l'altro il diciottenne montenegrino Mirko Vucinic. Il Che non lascia nemmeno iniziare il campionato che subito ci mette la firma: è il secondo minuto della prima giornata, al Via del Mare c'è il Parma: l'attaccante parte alle spalle di Frey, che sta per rinviare; di petto gli porta via il pallone e conclude spalle alla porta, senza vederla ma sentendola, da vero nueve: il portiere sfiora, ma non può nulla: è il primo degli undici gol che segna Chevanton nella prima stagione italiana. Gol che non bastano a tenere il Lecce a galla: a fine campionato, mentre la Juventus di Lippi festeggia il ventiseiesimo scudetto, i salentini scendono in Serie B.
Dopo un anno di B giocato al vertice, si arriva al 7 giugno 2003, quando al Via del Mare si gioca Lecce-Palermo, la partita che di fatto decide la promozione. La classifica dice che Siena e Sampdoria sono già in Serie A; sotto, si gioca per due posti: Lecce e Ancona sono a quota 60, Palermo a 58, la Triestina può sperare in un miracolo ma di fatto, a 57 punti, è fuori dai giochi. L'Ancona pareggia 1-1 a Livorno, mentre in Puglia segnano Camorani, Giacomazzi e il bimbo prodigio Bojinov: 3-0, ed è massima serie. Anche senza il gol nell'ultima gara, è fondamentale il contributo di Chevanton, che trascina la squadra di Delio Rossi con 16 gol. Il mister resta in panchina anche in Serie A, in un'annata straordinaria per un club che non è fatto di giganti: il Lecce finisce al decimo posto, conquista una salvezza tranquilla. E l'uomo copertina, manco a dirlo, è Ernesto Javier Chevanton Espinosa, che segna 19 gol (record di sempre per un giocatore leccese in Serie A) e si toglie diversi sfizi, non ultimo quello di segnare il gol decisivo nella storica vittoria 4-3 in casa della Juventus. 19 gol significano anche quarto posto in classifica marcatori: meno cinque da Shevchenko, meno quattro da Gilardino, meno uno da Totti, più tre su Trezeguet.
Con il Lecce c'è un rapporto speciale, molto speciale. Ma arriva comunque l'addio, anche perché dieci milioni di euro per la società non sono di certo pochi: Chevanton si trasferisce nel principato, al Monaco: ci resta per due anni, il tempo di 20 gol e poi l'esperienza in Spagna, a Siviglia. In Andalusia si ricorda soprattutto per due gol straordinari segnati al Real Madrid in Liga: all'andata, in mezza rovesciata, e al ritorno su punizione. Poi gli infortuni lo mettono ai margini, e anche dopo tre anni e mezzo torna in Italia: prima all'Atalanta, in prestito con diritto di riscatto; poi, svincolatosi dal Siviglia, torna a casa, a Lecce.
Un anno in saliscendi, senza la continuità di un tempo. Un anno in cui litiga con il tecnico Di Canio, e poi gli chiede scusa. È anche l'anno della maxi squalifica di cinque giornate: nella partita contro la Sampdoria, gli viene negato un rigore e corre dall'area avversaria alla propria trequarti per atterrare con violenza un avversario: l'arbitro Gava gli mostra il rosso, lui lo insulta, si toglie la maglietta e gliela tira contro. Suo suocero, l'ex difensore del Torino Pasquale Bruno ('o Animal), dice: “Ha sbagliato, ma lo capisco”. Fra gente col sangue caldo ci si capisce. Chiude l'anno con due gol importanti per la salvezza del Lecce. Poi riparte dal Colon, in Argentina, ma dopo un serio infortunio rescinde il contratto. Un anno, e torna a Lecce, ancora: stavolta un contratto che si definisce “a tempo indeterminato”, con il minimo sindacale di 900 euro al mese. Non c'è più lo smalto di un tempo ma non mancano grinta e carisma. Nella semifinale playoff, al Via del Mare contro l'Entella, segna un gol dei suoi, a giro, da fuori area. Poi gioca, infortunato a una spalla, la finale contro il Carpi: finisce con la sconfitta e con le lacrime. Il contratto non è a tempo indeterminato, perché lui capisce che c'è bisogno di rinnovamento e va via, al QPR e al Liverpool Montevideo, e poi si ritira. Perché l'unico contratto a tempo indeterminato che abbia mai avuto, dirà, “è quello che ho firmato con la gente di Lecce il giorno in cui sono arrivato”.