Quella di Lautaro Martinez è stata una stagione trionfale. Scudetto e Coppa Italia portati a casa e classifica marcatori vista dall'alto con 17 gol in Serie A. Un'annata importante per il capitano nerazzurro Lautaro Martinez, che ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni de La Gazzetta dello Sport. Tanti i temi trattati, dal suo passato al suo presente all'Inter, fino al suo futuro fuori dal mondo del calcio.
Di seguito le sue parole.
Le parole di Lautaro Martinez
Cosa si è regalato per il dolete ottenuto:
"Niente di particolare. Il regalo è il prossimo obiettivo da raggiungere"Sul secondo mondiale:
"Magari. Mi sono preparato per arrivarci al top"Se qualcuno gli ha fatto un regalo:
"Mio padre e mia madre, che sono arrivati in tempo per i festeggiamenti. Non potranno venire al Mondiale perché lavorano ma erano contenti di partecipare ai successi dell'Inter"Sul messaggio più bello ricevuto:
"Da mia nonna, che non sta bene: mi ha fatto emozionare. Quando ero piccolo, puliva la scuola dove studiavo e io laiutavo per farla finire in fretta. Si chiama Olga ed è qui, sul mio braccio. Mi spiace che ora siamo distanti. Il doblete è dedicato a lei"Sull'infanzia:
"Spiego. Mio padre era calciatore. Quando è diventato pro-essionista, raggiungendo la serie B, ha lasciato il lavoro di meccanico aereo alla base navale di Bahia Blanca. E siccome la sua squadra di calcio è retrocessa, i soldi non erano tanti per mantenere una famiglia. Si è reinventato infermiere per le persone anziane, mentre mia madre ha cominciato a guadagnare qualche spicciolo come colf. Ma eravamo tre fratelli e il denaro a casa non bastava mai"Se mancava il cibo:
"Non proprio. Con i miei fratelli facevamo un gioco su chi mangiava di più. Ma ricordo la sensazione di fame aspettando la cena. E poi non potevamo pagare un affitto. E così per quasi tre anni abbiamo vissuto a casa di un amico: pagavamo solo 100 pesos ogni tanto per l'elettricità"Su cosa gli resta di quel periodo:
"Se ci ripenso, sorrido. Ero felice. Felice così. Mi piacerebbe riprovare certe sensazioni, che mi hanno formato come uomo. Ho imparato grazie ai miei genitori l'umiltà e il rispetto che ora sto trasmettendo ai miei figli"Su quando è arrivato il calcio nella sua vita:
"Da sempre, grazie a mio padre. Andavo ai suoi allenamenti. E nel giorno della partita, mi nascondevo nello spogliatoio per ascoltare i discorsi del capitano. Che era lui, papà"Su quando ha capito di poter fare il calciatore:
"Non saprei dirlo. A 13 anni giocavo anche a basket, perché a Bahia Blanca è uno sport popolare: mio fratello Jano fa il playmaker in Serie A nel Ferro Carril. A 15 anni però sono andato al Racing e mio padre mi chiese di scegliere. Ma non c'era granché da decidere, ero più adatto al calcio"Sulla distanza da casa:
"Infatti non è stato semplice trasferirmi a 600 chilometri da casa. Ho percepito la malinconia. È dura quando sei un ragazzino e non hai nessuna persona cara accanto. Per di più, il mio fratello più grande, Alan, ha avuto qualche problema di salute e io non ero sereno. Per fortuna fu mio padre a darmi la forza: ci teneva che io realizzassi il mio sogno e anche il suo, cioè sfondare nel calcio. Sarebbe stato anche disposto a seguirmi a Buenos Aires, ma io gli dissi che ce l'avrei fatta da solo. In effetti ho resistito"Sul chiudere la carriera all'Inter:
"Sicuramente vorrei. Non ho ancora le chiavi di Appiano, ma quasi... Con la mia famiglia siamo felici, abbiamo anche un ristorante, i bambini vanno a scuola e hanno i loro amici. Oggi per me è difficile immaginarmi da un'altra parte. Nel calcio non si sa mai, ma se non mi mandano via io rimarrò qui"Sui record:
"Dico la verità: non so nemmeno quanti gol ho segnato. So che sono terzo nella classifica di sempre dell'Inter e stop.
Non è una cosa che guardo"Sulla possibilità di superare Meazza:
"Sarebbe bello perché Meazza è la storia, dell'Inter e di Milano. Potrei farcela ma devo ricominciare a tirare i rigori".Sull'essere capitano:
"È qualcosa che hai dentro. Non la alleni. Devi avere la personalità, la leadership. E devi essere da esempio. Però un capitano non è niente senza il gruppo. Posso dire che nell'Inter ce n'è uno fantastico, perché tutti hanno la mentalità vincente"Sull'idea di Mourinho che nessuno di questa Inter giocherebbe in quella del triplete:
"Ognuno ha le sue idee. Per me non ha molto senso paragonare calciatori di epoche diverse. L'importante è pensare al bene dell'Inter senza ascoltare troppo le chiacchiere. Bisogna vivere il presente, che è tanta roba. Tantissima".Se stiamo vedendo il Lautaro migliore di sempre:
"Certamente, perché mi sento molto felice e sicuro quando gioco. Mi muovo con grande spensieratezza, anche a livello tattico. Prima non era così"Se è merito del suo psicologo:
"Sì. Ho avuto tanti problemi personali, soprattutto fuori dal campo, prima che nascesse mia figlia. E la terapia mi ha aiutato, per esempio a gestire i momenti in cui non facevo gol. Certe volte dubitavo di me stesso, se fossi ancora in grado di giocare a calcio, se meritassi di essere il Dieci dell'Inter. Pensate dove può arrivare la mente umana. Li ho capito che avevo bisogno di supporto, perché mi stavo inti-lando in un tunnel. Anche oggi continuo ad essere seguito dallo psicologo della società. Mi ha sostenuto nei 46 giorni di infortunio, che non sono stati semplici"Se ha temuto di finire in quel tunnel dopo la finale di Champions:
"Dopo la finale no, dopo il Mondiale per club sì. Ho pensato a molte cose, ho sofferto molto. Non dico di aver chiesto di andare via, ma dentro di me percepivo la sensazione che se fosse arrivata un'offerta importante forse... Ero devastato. Da quello stato d'animo nasce l'intervista successiva all'eliminazione con il Fluminense. Sono uscito, ho infilato la maglietta e ho detto quello che pensavo".Sulle sue parole quando disse che chi non voleva restare poteva andare via:
"Volevo condividere quello che avevo visto nello spogliatoio. Da capitano era doveroso. Poi sono andato in vacanza e per tre settimane non mi sono allenato, ho mangiato e basta. Infatti al rientro pesavo un po' di più...".Dove sarebbe l'Inter senza quello sfogo:
"Non lo so. Ma aver parlato in pubblico ha fatto rumore. Ma ce l'avevo anche con me stesso, perché non ero esente da colpe. Poi Chivu ci ha dato una mano, portando aria nuova. Senza nulla toglie a Simone, che ci ha fatto vivere
quattro anni meravigliosi".Su Chivu:
"L'ho chiamato subito. Non avevo dubbi che avrebbe fatto molto bene. Lo conoscevo dalle partitelle che facevamo ad Appiano contro la sua Primavera: sembrava un predestinato"Se uscire dalla Champions è stato un bene per la conquista del doblete:
"Questo no, perché io volevo andare avanti in Europa. Non è stato un vantaggio. Magari giocando meno hai più energie, ma se lotti su ogni fronte hai sempre la mentalità giusta per le partite"Sulla ThuLa:
"Marcus e io ci siamo capiti piano piano. È un ragazzo so-lare, speciale. lo sono quello serio. Ci completiamo, anche nei caratteri".Chi è il miglior centravanti del mondo:
"Harry Kane. Lo metto anche davanti a Haaland per come controlla la palla, per come lega e legge il gioco, per i colpi di testa. Un fenomeno"Su cosa farà dopo:
"Non rimarrò nel calcio, che è un ambiente che non mi pia-ce. Non sentirete più parlare di me: sparirò"