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Corrado Ferlaino, ex presidente del Napoli che portò Diego Armando Maradona in Italia, ha parlato nel corso di un'intervista concessa al Corriere dello Sport. L'ingegnere ha ripercorso i momento passati insieme in azzurro.

Intervista a Ferlaino su Maradona

Ma la prima volta, fu un incontro surreale.

«Jorge Cysterpiller, il suo manager, mi portò a casa di Maradona a Barcellona. Ci furono lunghi silenzi e ci dicemmo pochissime parole: lui imbarazzato per essere davanti al presidente del Napoli e io timido perché a confronto con quello che sarebbe diventato il calciatore più forte del Mondo e di tutti i tempi. Lo sentivamo che stavamo per realizzare il colpo del Secolo, bastava vederlo giocare. E poi era sufficiente averlo di fronte, leggergli negli occhi quel desiderio sfrenato di mostrare chi fosse. Per questo dico: non si alimentino dualismi o paragoni: non c’è stato un altro Diego e mai ne nascerà uno che gli somigli».

Finiste per litigare.

«Ho detto e lo ripeto: sono stato il suo carceriere. E un genio del genere, ad un certo punto, ovviamente vuole essere liberato dai lacci o da quella che sembra sia diventata una prigione. Cerca nuove ispirazioni in altre terre. Da Marsiglia, Tapie mi disse: ti mando l’assegno firmato, ci metti tu la firma. E io, quando arrivò la busta strappai tutto. Non mi interessava venderlo, non avevo alcuna intenzione, anche se intuivo che quell'epoca prima o poi sarebbe finita. Ma ce la siamo goduti finché abbiamo potuto ed abbiamo rivinto pure il campionato».

Lui e Napoli.

«Io avevo provato prima con Savoldi, due miliardi dell’epoca, e non andò come ci aspettavamo; poi con Paolo Rossi e la Juventus si intromise e fece saltare l’affare che sembrava più che possibile. Allora decisi, ero già oltre il decimo anno di presidenza: bisognava prendere il fuoriclasse, il fenomeno, il campione, qualcuno che ci indicasse la strada. Diego aveva deciso di andar via da Barcellona e volle venire da noi. Le settimane della trattative sono state raccontate nel dettaglio ma è su quell’attrazione che avvertiva, così quasi al buio, verso un’avventura che gli sembrava magica che bisogna soffermarsi. Lui ci scelse perché sapeva che sarebbe stato amato, era consapevole dell’esistenza di un filo invisibile che collegava Buenos Aires e l’Argentina a Napoli. E si è legato visceralmente a questa gente, non l’ha mai dimenticata, non se ne è mai staccato, l’ha sempre mostrata come la sua seconda Patria».

Riusciste a rivoluzionare il calcio.

«Il primo scudetto rappresenta lo spartiacque tra due epoche o anche la data storica in cui viene capovolto il potere. Il calcio ha avuto ed ha sempre un potere sociale che non può essere ignorato e quella squadra ha saputo prendersi la Storia. Mi sento un uomo fortunato, sono stato il suo presidente. E Diego è stata la stella di una città che non smetterà mai di piangerlo. L’addio di Maradona non è un lutto ma è una disgrazia per Napoli, nei suoi sentimenti, e più in generale per chi ama il calcio».