«Ma perché n'te prendi 'na bella vacanza? 'Na bella vacanza, stacchi da tutto. No?»
«No. Poi come i nutro i pupi? Mò ariva pure er terzo»
«Come lo chiamate?»


[meme face]

«Francesco Totti
«Francescototti? Tutto attaccato?»
«No, staccato: Francesco Totti Biascica. Come Orso, Maria, Guerini»

Era il 19 maggio 2008, e in Italia andava in onda in prima visione la puntata 3 della seconda stagione di 'Boris'. Si tratta, a memoria del sottoscritto, della prima volta in assoluto in cui l'iconico nome del capitano della Roma entra - a gamba tesa - nell'altrettanto iconico linguaggio del costume e dello spettacolo.

E non certo in un contesto qualunque, ma nei fulgidi meandri della satira più efficace, mordente e senza tempo che le serie italiane abbiano mai prodotto. Tanto geniale e senza tempo, da riuscire ad anticipare la realtà.

In quel periodo, Francesco Totti è a casa, dopo una partita maledetta finita 1-1 contro il Livorno ultimo in classifica: ancora una volta il crociato gli ha teso un brutto scherzo. Pochi giorni dopo, però, la sua Roma gioca la finale di Coppa Italia contro l'Inter: Mexes e Perrotta regalano la vittoria ai giallorossi, e il trofeo verrà alzato proprio da lui, nonostante l'infortunio. Perchè Totti è e sarà Roma e la Roma anche quando non c'è. E perché quella squadra, pur senza il suo trascinatore, è strabordante. Anche per via dei tanti meriti del suo allenatore, Luciano Spalletti.

Arrivato nella Capitale tre anni prima, ha costruito con lungimiranza e dedizione una squadra emotivamente unita, tatticamente estrosa, capace di macinare risultati e vittorie, di riportare entusiasmo nell'ambiente ma soprattutto di esaltare tutte le doti del suo miglior giocatore. Che, in quegli anni, viene utilizzato praticamente in ogni posizione, dalla trequarti in su, e che - non a caso - non sarà mai così prolifico in carriera.

Il rapporto tra il certaldino e il Pupone è praticamente idilliaco. Si intendono, si capiscono, riescono a dirigere un'orchestra spensierata e quasi perfetta sia dentro che fuori dal campo. Un legame profondo che è sbocciato sin da subito. E che, negli animi di tutti, infonde quella zuccherina sensazione e quel prodigioso potere del non dover mai vedere la fine.

"Sono d'accordo con Pelè, anche perché se ne intende più di me: è Totti il giocatore più forte al mondo. Dargli la palla è come metterla in banca, è lui l'allenatore di questa Roma"

Luciano Spalletti, gennaio 2006

1) Una storia pulsante

Nel calcio - che metafora della vita, in qualche misura, lo è sempre stato - , però, anche le storie più belle da raccontare possono finire. Quella tra Totti e Spalletti vedrà i titoli di coda nel settembre 2009, dopo "4 anni e un pezzetto", come, romanticamente, l'allenatore saprà chiosare, dopo le dimissioni.

E' questo il primo dei 5 motivi che spingono a vedere, e ad amare, 'Speravo de morì prima', la mini-serie in 6 puntate, in onda da ieri su Sky Atlantic e in streaming su NOW, che racconta gli ultimi 18 mesi di carriera, ma soprattutto di vita (sportiva) di un ragazzo nel cui profondo mare degli occhi  ha sempre affiorato una verace e coinvolgente spontaneità. 

La storia inizia lì dove la sua carriera sta per finire: Francesco va per i 40, sa di non esser più quello di un tempo, ma - a torto o a ragione - è perfettamente consapevole che il dono che Eupalla gli ha conferito è ancora parte delle sue caviglie acciaccate e del suo piede destro.

Casa sua, quella calcistica (e non solo), sta cambiando: il fidato Rudi Garcia, con cui aveva vissuto una terza, o forse addirittura quarta, giovinezza, non c'è più, e al suo posto il destino sta riportando lungo il suo cammino proprio Luciano.

Lo stesso che, affettuosamente, trascorreva con lui le angustianti notti in ospedale dopo il crack pre-mondiale del 2006. A parlare di futuro, di mercato e di Roma. Lo stesso con cui visse e vinse due Coppa Italia e una Supercoppa; lo stesso che negli spogliatoi sapeva essere - con tutti, ma soprattutto con lui - padre e giullare, maestro e compare.

Qualcosa, però, adesso è cambiato. E per sempre.

Sta allo spettatore, in simbiosi con il protagonista, capire cosa. Attraverso un percorso di (anche a tratti spassosa) autoanalisi, scandita da potenti flashback e suggestivi intermezzi. Una sorta di caccia al tesoro narrativa che forse non porterà a un risolutivo ritrovamento della verità, ma solo a un tortuoso e appassionante itinerario nel passato.

Come, d'altra parte, nel pieno della filosofia Proustiana de "La scoperta non consiste nel cercare nuovi posti ma nel vedere con occhi diversi" ed Einsteiniana - ma poi se dirà così? Boh - dell' "Io amo viaggiare, ma odio arrivare".

Marco Rossetti e Pietro Castellitto sono De Rossi e Totti (Sky)
Marco Rossetti e Pietro Castellitto sono De Rossi e Totti (Sky)

2) Perché si ride. Anzi, si sta bene

E non è mica poco, soprattutto di questi tempi, sia fuori che dentro alla TV.

'Speravo de morì prima' non è solo una semplice dramedy: perché il suo protagonista, e il suo regno (familiare e non) vivono sì un tormento interiore dovuto agli eventi, ma sono anche pervasi da una naturale effervescenza, che è tutt'altro che artificiosa e spettacolarizzata.

Francesco ha da sempre stampato addosso un sorriso non banale, coinvolgente, tutto suo, intriso di quella unica e travolgente empatia, a tratti anche malinconica, che chi nasce in borgata conosce benissimo. Il viaggio, pur tortuoso, è sempre scandito da una contagiosa (auto)ironia, che magari non farà propriamente ridere nel senso letterale del termine, ma che infonde una piacevole sensazione di benessere nello spettatore, anche il più distaccato e meno affine alle vicende.  

3) Un villain che non è un villain. Ma che è comunque magnifico

Non c'è storia che sia tale, a livello drammaturgico, se non prevede almeno un antagonista. Definizione che non fa impazzire Gian Marco Tognazzi, il miglior Luciano Spalletti che probabilmente si potesse mai incaricare di rivestire un ruolo così delicato e centrale, all'interno della serie. Gimbo sa di essere clamorosamente riconoscibile e credibile nei panni dell'allenatore, ma, come lui stesso ha confermato, non lo imita mai. La sua non è una caricatura, ma un'interpretazione perfettamente calzante, forse riuscita anche meglio di quella di Castellitto, che a differenza sua ha conosciuto e vissuto a pieno con Totti, prima e durante le riprese. 

Tognazzi non ha incontrato Spalletti, e ha sapientemente deciso di muoversi, fluido, nel suo universo recitativo tramite una personale e raffinata ricerca artistica. Tutto questo produce un risultato non artefatto e appagante, che non riconduce mai, algebricamente, l'inquadratura dello spettatore a percepire che l'antagonista sia il vero e proprio 'cattivo'.

Anche perché il punto di vista dell'intera trama verticale è palesemente e volutamente parziale, ma non per questo meno produttivo. E difatti non porta a un cortocircuito narrativo, né a una drastica visione finale, ma più che altro a ricondurre il rapporto finito male con Totti nella direzione di quelli, tipici, delle grandi storie d'amore che vengono ostacolate dalla paura reciproca di non dirsi tutto, chiaro e tondo, sempre, e dritto negli occhi. 

Gianmarco Tognazzi è Luciano Spalletti (Sky)
Gianmarco Tognazzi è Luciano Spalletti (Sky)

4) Un cast che funziona

Il fatto che Pietro Castellitto non sia un sosia di Francesco Totti, e che, come viene fuori dalle prime impressioni provenienti dall'arzigogolato mondo dei social, ricordi piuttosto Aquilani o Perin, non è una novità. Ma dopo i primi minuti di visione il suo intercalare calzante e lo sguardo talvolta perso nel vuoto, già fanno svanire praticamente del tutto l'effetto macchietta con cui probabilmente molti altri, al suo posto, si sarebbero dovuti scontrare.

"Ha cercato di farmi uscire in tutto e per tutto come sono realmente. Ho visto cose che non conoscevo del mio carattere e del quotidiano”, ha sentenziato, non a caso, Francesco, legittimando un'interpretazione mai sopra le righe, ma al contempo capace di suscitare empatia.

Un meccanismo di azione (artistica) e reazione (spettatoriale) che fa il paio con quanto facilmente percepibile durante le scene di una maestosa Monica Guerritore, che interpreta Fiorella, mamma di Francesco, ma soprattutto mamma - nel senso più italiano e amabile del termine.

Così come funziona anche la Ilary Blasi della stupenda Greta Scarano, che con la showgirl si è confrontata soprattutto per venire a capo del suo punto di vista, di donna, moglie, confidente e specchio critico del turbolento animo di Francesco, alle prese con dinamiche personali e professionali così dolenti.

Il resto del cast infonde poi altre iniezioni di verace romanità che fotografano il contesto dettagliandolo ulteriormente, e senza mai appesantirlo: c'è Giorgio Colangeli che interpreta un compassato ma suggestivo Enzo, il padre di Totti; Primo Reggiani e Alessandro Bardani che sono sempre al fianco del protagonista; Gabriel Montesi e Marco Rossetti che vestono rispettivamente i ruoli, pur marginali, di Antonio Cassano e Daniele De Rossi; Massimo De Santis alle prese con il non banale ruolo di Vito Scala, l'uomo e amico che forse più di chiunque altro ha affiancato Totti, ed ha contribuito a proteggere la sua storia e la sua carriera.

Ma anche Eugenia Costantini, Federico Tocci e Antonello Fassari, quest'ultimo in un piccolo ruolo, con cui però riesce a rendere perfettamente l'idea di quanto non sia stata banale la vita di un'icona, al di fuori del campo, in un contesto altrettanto poco banale, come quello della città eterna. Afosa, morbosa, estasiata dal suo ottavo re.

Un altro sottotesto non solo da raccontare e fotografare, ma da utilizzare scientemente, da parte dell'acuta regia di Luca Ribuoli, per far sì che la cornice diventi man mano parte integrante e viv(id)a del racconto.  

SKY-VIDEO
Contenuto non disponibile
Monica Guerritore è Fiorella, madre di Totti (Sky)
Monica Guerritore è Fiorella, madre di Totti (Sky)

5) Perché è profondamente diverso da 'Mi chiamo Francesco Totti'

Solo lo scorso autunno ero qui - anzi, tecnicamente sul divano - a commuovermi come un'ascella all'Equatore per un altro prodotto, frutto dell'opera del diretto interessato e di Paolo Condò - che con Totti ha scritto "Un Capitano", l'autobiografia da cui sono tratti, appunto, film e serie. Il lavoro di Alex Infascelli, però, era qualcosa di molto più elaborato ed evocativo, che non a caso aveva scelto la via del documentario per far narrare la sua never ending story.  

"Se Roma dorme, lo fa solo per svegliarsi ancor più innamorata. Ecco perché la domanda che Francesco, nel documentario biografico di cui l'ex capitano giallorosso è di fatto anche co-regista, è solo retorica. Se lo chiede, nel silenzio di un'alba capitolina che pare ritratta da Renoir, un capitano mai così fragile, che inizia a raccontare il suo giorno dei giorni", scrivevo, a fine 2020, dopo 100 minuti che mi avevano straordinariamente coinvolto a livello emotivo.

Sia ben chiaro: il fatto che chi scrive riconduca le traiettorie del suo emisfero emozionale a quel, e non a questo prodotto, non significa che in 'Speravo de morì prima' si affronti lo stesso tema con maggiore superficialità. In quel caso, però, la voce narrante dello stesso calciatore non poteva non strappare e portar via di peso lo spettatore dalla realtà, per condurlo direttamente nelle viscere dell'Olimpico, dove il viaggio si portava a compimento tuffandosi in un furente climax finale.

Nella serie scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu sono invece gli attori, e non le immagini, alle prese col non facile compito di (ri)dipingere la realtà attraverso i canoni di una fiction che, ovviamente, fiction non è. Perché gli eventi sono accaduti solo pochi anni fa, e per questo sfuggono anche alla memoria storica di tifosi e appassionati, in quanto più appartenenti al presente che al passato. 

'Speravo de morì prima', per questo, va vista in parallelo, rispetto a 'Mi chiamo Francesco Totti', perché le due esperienze si completano a vicenda, fondendosi in un unico, avvincente e italianissimo quadro a tinte nitide, mai velate. Capaci entrambe, a modo loro, di farci diventare, tutti, Francesco, e non solo Totti.

Uno a cui non si può non volere bene, a prescindere da quanto, o quanto poco, si possa essere romani e romanisti.