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Fiorentina-Napoli: belli alcuni singoli, ma quanto lo spettacolo collettivo?

La gara del franchi è stata emozionante per il punteggio, ma va davvero apprezzata tutta? dentro e fuori dal campo


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Fiorentina-Napoli ha iniziato la stagione di queste due squadre a latere di recenti trascorsi. Lo strascico polemico, in fondo, si è acuito per ragioni pregresse che hanno iniziato la cottura in una pentola a pressione a cui sarebbe bastato poco per scoppiare. Del resto, la parola Napoli in giro per gli stadi non fa sempre un bell’effetto. Storia vecchia. Altro che calcio evoluto.

La partita

La gara, nonostante i proclami da calcio in vendita della vigilia, ha mandato in scena uno spettacolo di certo relazionabile al risultato e all’andamento del punteggio, ma, sforzandosi di essere realisti, ha fornito ai rispettivi allenatori i dati di un’instabilità generale che sarà presto risolta, ma che ancora si porta dietro, giustamente, le prove e le scorie della preparazione. Del resto, giocare in questo agosto afoso e asfissiante, non può che procurare ostacoli al senso della lucidità e della concentrazione. Un risvolto umanissimo di un pallone che ha sempre più fretta di esibirsi. Un allargamento e un allungamento dei tempi in uno spazio che, però, è sempre lo stesso. Tutto sta al sapersi sistemarcisi dentro.

Il Napoli ha mostrato una delle sue più preziose certezze dei suoi ultimi anni. Con o senza Sarri, con o senza Ancelotti, quei tre calciatori arrivati a vestire la maglia azzurra tramite storie diverse e, a dirla tutta, secondo diffidenze differenti, fanno la differenza come pochi calciatori sanno fare. I numeri di goal e assist che li hanno sempre contraddistinti nella partita di Firenze si sono riassunti nell’equazione vincente che ha procurato il poker vincente alla prima di campionato. Escludendo il rigore di Insigne, le altre segnature, come al solito, sono di pregevolissima fattura. Callejon, Mertens, Insigne meriterebbero di entrare in un’ipotetica hall of fame della storia del Napoli e della Serie A. Chi, non a torto, preferisce guardare al calcio anche al di là dei rendiconti del risultato, non può fare altrimenti. Dal Fiorentina-Napoli di questa prima giornata Ancelotti sa bene che la nota positiva resta questa. Il ritardo di condizione di Allan e Koulibaly, la necessità di armonizzarsi coi compagni di Manolas e i meccanismi ancora da perfezionare di un gioco coraggioso e spregiudicato sono aspetti che, tuttavia, non dovrebbero preoccupare più di tanto il tecnico emiliano. Tutta naturalissima fisiologia. L’unico problema è che il prossimo turno dice Juventus-Napoli.

La Fiorentina di Montella (che ha guadagnato molto in grinta e cattiveria agonistica rispetto alla trascorsa stagione), invece, può di certo consolarsi coi primi trenta minuti (anche se molte squadre trascurano che le partite durano novanta minuti più recupero) e con la qualità di alcuni calciatori che poco a poco saranno destinati a diventare punti di riferimento costante di una squadra nuova, ma con un pizzico di vecchio che in questo genere di Serie A può non guastare. Non soltanto Ribery, che pure dalla panchina è sembrato una specie di vice Montella, ma pure quel Boateng ancora in grado di sfoggiare colpi da grande calciatore.

Tuttavia, al di là di un punteggio piacevole agli occhi e di alcune giocate individuali, Fiorentina-Napoli ha dato pure l’impressione di una partita sostenuta dall’isteria e dal nervosismo. Sin dai primi minuti, con una spasmodica ricerca alla conquista del calcio di punizione e con qualche provocazione di troppo (ivi compreso un arbitraggio senza equilibri e misure, con decisioni dubbie e cartellini distribuiti non sempre con lo stesso metro di giudizio). L’educazione sugli spalti, probabilmente, avrà sortito effetti anche sul terreno di gioco. Senza contare le nuove regole che rischiano di diventare uno spargimento di sangue dentro l’area di rigore (a Cagliari il penalty concesso al Brescia alimenta il timore). La vita per i difensori si preannuncia dura e condizionata. E qualcuno tranquillizzi la sponda viola. Come dichiarato pure da Pradè, più serio e sereno nel confessare le spiegazioni, a suo dire soddisfacenti, degli arbitri, tutti gli episodi contestati sono stati vagliati dal var (qualcuno, dentro e fuori dal campo, ha addotto alla mancata verifica della moviola arbitrale). Ivi compreso il rigore concesso al Napoli (che resta comunque molto dubbio, per una dinamica che impone più prudenza a non concederlo che sicurezza a fischiarlo) e quello invocato dalla Fiorentina nel finale su Ribery (il fallo inizia fuori area e anche il braccio di Ribery trattiene la maglia di Hysaj).

Su certi entusiasmi

Tra facili entusiasmi, pure quelli buoni per il pallone messo sulla bancarella, il calcio italiano continua ad evolversi come la forma dell’uomo eretto a partire dalla scimmia. La lista degli allenatori sordi si allunga e quella parola, Napoli, continua a procurare certi tipi di fastidi dentro gli stadi che, basta con certe scuse, non sono soltanto la zona franca dei pensieri peggiori, ma il campione di un modo di pensare e di sentire che trova ben altri fondamenti. Del resto, l’Italia ha sempre saputo essere molto razzista prima di tutto con se stessa. A poco serve condire tutto con i cotillon da colonizzati. Che siano col Giglio, col Vesuvio o con qualche altro simbolo tradotto a stelle e strisce per improvvisa e gentile concessione al compratore di turno. Le vecchie bandiere tra l’Asia e l’America. Oggi, comunque esse siano, basta sventolarle. Altro che spettacolo. 

Elio Goka

diElio Goka

ELIO GOKA È LO PSEUDONIMO DI SEBASTIANO DI PAOLO. NATO NELLA NOTTE DELL'ULTIMO SOLSTIZIO D'INVERNO DEGLI ANNI SETTANTA, È CRESCIUTO IN CAMPANIA, FORMANDOSI "A SUD" E VIAGGIANDO, POI, IN AFRICA E IN AMERICA LATINA. SI OCCUPA DI LETTERATURA, PUBBLICA NARRATIVA E SCRIVE ANCHE DI CALCIO PERCHE' AFFASCINATO DAI TEMI MISEREVOLI.