Nella seconda parte dell'intervista rilasciata al Corriere dello Sport, Francesco Totti torna a parlare della sua carriera toccando tanti temi: dallo spogliatoio, ai rimpianti fino a quel tanto discusso tema della maglia numero 10 della Roma. 

Di seguito un estratto delle sue parole.

Le parole di Totti

Sull'essere un leader di soluzioni e non di spogliatoio:
"Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta"

Sul Mondiale 2006:
"Senza di me non avrebbero vinto. Rigore con l'Australia? 
Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento"

Un rimpianto:
"Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi"

Sull'anticipare la giocata:
"Il più delle volte ci azzeccavo. Però erano bravi pure quelli che giocavano con me perché capivano cosa avevo pensato un secondo prima. E parlo di Delvecchio, Perrotta, Cassano. Non appena gli arrivava il pallone dal difensore loro sapevano che movimento avrei fatto. Questa cosa è il talento naturale, non è che l’hanno tutti, anzi non l’ha nessuno. Io sono obiettivo, eh, perché ogni calciatore ha il suo modo di interpretare il gioco, la sua tecnica, il suo pensiero, ma le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri"

Dove sarebbe andato se avesse dovuto lasciare la Roma:
"Al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere, bella proprio"

Sulla maglia n.10 a Dybala:
"Non si dà una 10 solo perché fai bene cinque, sei, sette partite. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione di dare o meno la 10 a Dybala o a Marco o a Luca spetta alla società"