C’è stata l’epoca degli attaccanti minori. Non per importanza. Per assunzione. Quando in nazionale si poteva fare a meno del capocannoniere. Igor Protti lo fu con il Bari retrocesso. Primo attaccante della Serie A con una squadra caduta in B.
Igor Protti, il centravanti senza gloria, l’uomo disposto a restare a Messina per un attaccamento alla maglia che la società siciliana gli disse di lasciare perché i soldi della sua cessione sarebbero stati decisivi per salvare il club. A Bari Protti conobbe la vetta della classifica dei marcatori della massima serie, così come avrebbe fatto anche in B e in C.
A Roma con la Lazio ci restò per un anno, utilizzato a singhiozzi, spesso partendo dalla panchina. Un anno e basta, il tempo per vincere una Supercoppa italiana. A Napoli l’attaccante riminese indossò la numero 10, per una stagione da dimenticare. Non per colpa sua, perché dentro l’ultimo maldestro sfortunato tentativo della società partenopea di tornare tra le grandi del calcio. Dopo una campagna acquisti con molti investimenti, quel Napoli fini in serie B, con appena 14 punti e l’annata peggiore della sua storia.
Igor Protti è stato l’ultimo calciatore del Napoli a segnare un gol in serie A con quella numero 10. Pochissimi gol, ma uno col destino addosso realizzato a Torino contro la Juventus, per un pareggio siglato proprio alla Maradona. Uno tra i più belli della carriera di un giocatore costretto anche allora a salutare la sua ultima occasione in una categoria a tratti ingrata nei confronti del suo grande valore. Poi Livorno, dove è stato due volte capocannoniere, in C e in B. Abbastanza per farsi volere bene. Nel 2005 il Livorno decise di ritirare la maglia numero 10, ma lui nel 2007 lasciò che Tavano la indossasse nuovamente.
Prima della malattia c’è stata la discrezione di un giocatore che ha saputo interpretare diversi decenni della storia del calcio italiano. Tutti in un uomo solo. Tutti dentro un bagaglio tecnico e atletico stipato dentro una corporatura esile, ma completa di ogni prodezza. Protti è stato rapidità e acrobazia, corsa e rifinitura. Anche senza un palmares ricco di trofei, la sua carriera andrà sempre ricordata come quella di un calciatore, tra i pochi, a interpretare il suo ruolo con quella completezza che sarebbe stata successivamente sviluppata dagli attaccanti attuali.
Protti lo ha fatto fino alla sua sensibilità dedita a gare di beneficenza organizzate nel penitenziario di Parma e nel carcere di Rebibbia, quando una volta siglò una tripletta consentendo alla sua squadra di rimontare uno svantaggio di tre gol. Igor Protti è stato tra gli ultimi giocatori italiani ad essere classe e letteratura, a ridosso di un cambiamento di linguaggi e di sensibilità. Soprattutto di un calcio di quando i gol non si contavano soltanto.
Prima della malattia c’è stato un calciatore che a ogni gol ha ballato il Valzer di un giorno, per la prodezza senza contorno di titoli e trionfi. Per qualcuno sarebbe spreco, senza avvedersi che in fondo a certe latitudini il talento capita per ricordare che la sua finalità è la custodia alla sensibilità di quell’istante che nel calcio è la sollecitazione per eccellenza. La gioia da una parte e la delusione dall’altra. Le due facce opposte dello stesso momento. Come il gioco del pallone.