“Non voglio accompagnare il morto”. Ma il morto era già morto. Antonio Conte un anno fa firmò il manifesto della sedimentazione. Supercoppa e secondo posto sono stati lo sforzo estremo di una conduzione tecnica fatta passare per esigente e intransigente, ma che in fondo cercava soltanto di superare il superabile.
Perché ad Antonio Conte sono stati addebitati investimenti di mercato solo parzialmente avallati, si può dire accettati, ma non pienamente centrati rispetto alle necessità di un rinnovamento chiaro a tutti dopo lo scudetto. Il quarto tricolore non andava considerato come un nuovo inizio, ma come l’epilogo di una gestione che doveva essere riveduta e corretta. Felici di farlo con la gioia del gran finale.
Allegri è stato considerato come la naturale prosecuzione, scelta quanto mai sconsiderata, di quella gestione che Conte aveva imposto con intenti e letture ben oltre le apparenze. E l’errore di Allegri è stato quello di dire sì a De Laurentiis. Così come chiunque lo avrebbe commesso. Davanti alla destinazione cieca di un percorso fondato su qualcosa che ormai è in offside nel calcio attuale. Tutto cambia velocemente. Pure il pallone. Figuriamoci quanto può durare una gestione che pretende di andare avanti comprando a uno e vendendo a dieci. Che poi, a dirla tutta, con i Fabian Ruiz, Kvara, Osimhen, Zielinski e altri ancora, il Napoli non è stato nemmeno così bravo a vendere.
Adesso tutto il sedimentato è servito, nell’imbarazzo di una confusione dichiarata, di un nucleo disgregato che manca di rispetto pure a se stesso, dove i microbi e i giganti si danno appuntamento al pubblico disagio. E i vertici sembrano starsene a guardare. Anzi, nemmeno a guardare. Lasciando trapelare fiducia a una guida tecnica che non ha fiducia nemmeno più in se stessa e che ci manca solo che i calciatori formino un distacco sindacale per annunciarne l’evidente incompatibilità.
Il cambio di allenatore sembra la soluzione più immediata. Difficilmente per risolvere le cose, ma in funzione di reazione. Almeno rispetto al fatto che il tutti contro tutti è l’ennesimo ammutinamento interno scaturito da chissà quali fazioni pronte alla faida in cui prosperano le ambiguità di soggetti condizionanti che col campo non hanno nulla a che vedere. E anche qui il silenzio della società moltiplica i dubbi su un livello smarrito di comunicazione e accondiscende a una escalation caotica che in campo ormai è più che evidente. Perché qui ormai non è più una questione tecnica, tattica, di assenze, di infortuni o di chissà quali analisi.
Il Napoli è un organico devastato prima di tutto dalla mancanza di criteri nell’averlo costruito e, soprattutto, curato. Un macchinario senza manutenzione. E c’è ancora chi, come Allegri, parla di dettagli contrari e aspetta un’altra sosta. Intanto l’unica sensazione concreta è che l’attesa punti dritta al sollievo di fine stagione. Così lontano e così pieno di inquietudini e preoccupazioni. Oltre ogni immaginazione.