“Un filo di sangue uscì da sotto la porta, attraversò la sala, uscì in strada, continuò in un percorso diretto lungo i marciapiedi disuguali, scese scalinate e scalò parapetti”.
C’è stata la vertigine, il giramento di testa la prima volta allo stadio, il giubbino di jeans, la Brooklyn, i compiti da fare, i cori, il silenzio con lo stomaco in gola, trentatré anni di attesa, la paura, i pullman organizzati, una canzone ascoltata mille volte, una mano stretta la sera prima e un’altra sulla spalla il giorno dopo, l’abbraccio con lo sconosciuto, voglio sta sulo, quanto manca?, la coreografia, e alluccate!, ‘a tuttazzurra, oggi chi gioca?, sta passione fa male, finisco di lavorare e mi scapizzo, statte accorta ‘o guaglione, il parcheggio, Daniele Pisco, quest’anno il presidente spende?, Peppino Di Capri che canta Gennarì, la sera nel rione, ‘o terremoto, capo tenete ‘na sigaretta?, novantesimo minuto, quartieri, ‘o motorino, il Collana, il mazzo di carte.
Abbiamo speso il tempo, abbiamo fatto ore di fila, abbiamo aspettato fuori e dentro lo stadio, c’è stata l’insonnia, l’incomprensione, il pianto, la scaramanzia, le mortificazioni, domani non ti porto perché è pericoloso, la radiolina, le visite al cimitero, la corsa per trovare un bar, Antonio Ghirelli, l’ansia e l’attesa, le canzoni di Sergio Bruni prima della partita, la ressa e la rissa, il cordone di polizia, Luigi Necco, il Borghetti, i palpiti, le catenine, la tenerezza, il giornale, ‘o scudetto, la pulizia del sediolino, la consolazione, Sergio Ercolano, curva A curva B, Rione Luzzatti, Buitoni, Mario ‘o messicano, l’antenna girata verso Montevergine, Alessio Buonocore, ‘O surdato ‘nnammurato, non dirmi niente ma sto pensando a domani, aspetta che ci dobbiamo fermare qui, ‘o biglietto, guagliù dimane che succede?, in silenzio nei settori non nostri durante le trasferte, le marenne, “Sei sordo? Sei sordo? Sei sordo?”, il viaggio da soli, Ciro Esposito, ‘nu cafè, i lacrimogeni, la bandana capovolta e stretta sul muso, Mars, "Primo agosto pioveva", i racconti sulle partite storte e gli scudetti perduti, il Vesuvio dietro il bancone del bar, devo fare una telefonata, “Ca' s'è fermato Dio e po' un altro mondo cresce in fretta e cambierà”, ‘o Ciuccio ‘e Fechella, la città di notte, Il ragazzo della curva B, un amico, quelli che non ci sono più ma ti sembra di vederli, è finita la scuola, Italo Kuhne, “Scusate il ritardo”, stocco e baccalà, i popolari, Antonio Fontana, marzo 1991.
Abbiamo speso il tempo, abbiamo messo tante cose in secondo piano. Incondizionatamente. Qualcosa nata prima di noi che continuerà a vivere pure quando non ci saremo più è coincisa con la nostra vita. Questo è il miracolo. Un secolo in movimento addosso a chi l’ha visto quasi tutto e a chi ne ha ricevuto solo un po’. Il tempo si è annullato, è diventato un’altra cosa. Un rintocco unico uguale per tutti.
“Un filo di sangue uscì da sotto la porta, attraversò la sala, uscì in strada, continuò in un percorso diretto lungo i marciapiedi disuguali, scese scalinate e scalò parapetti”. Sì, come Cent’anni di solitudine. Così è stato. E capisci che l’affare è serio quando ci sei stato dentro da solo e quella solitudine non ti ha fatto paura. Anzi, è stata la migliore delle compagnie.