Un gigantesco bar dello sport che va avanti sin dalla notte dei tempi

  • 4 agosto 2017

CRONISTORIA D’UNA PASSIONE (la più bella di sempre. Liberamente ispirato a ‘Bar Sport’, di Stefano Benni. Mondadori, 1976 – Feltrinelli, 1997)

di Alfredo De Vuono

L’uomo primitivo non conosceva il fantacalcio. Né tanto meno il gioco del gioco del calcio. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era ancora stato inventato e l’uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca. Non c’erano neanche i bar, l luoghi per antonomasia deputati a discutere di calcio.
Mentre le donne cucinavano succulenti zuppe di muschi e licheni, gli scapoli, la sera, si ritrovavano in qualche grotta, si mettevano in semicerchio e si scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso rituale. Un giorno la testa d’uno dei cavernicoli volò via, e nel suo incedere traballante, a causa delle tante difformità geometriche del viso, venne colpita con violenza dal calcio d’uno dei convenuti. Accadde allora che le suine risate dei convenuti fecero di quel grottesco gesto un gustoso passatempo. Era un divertimento molto rozzo, ma non passò di moda. Anzi.

Nelle caverne gli uomini primitivi cominciarono a radunarsi in branchi, ed a calciare le teste dei loro compagni con lo scopo di farle rotolare giù da una rupe. I meno preistorici decisero, però, ch’era necessario dare un ordine a quel magma umanoide che rincorreva una boccia di carne e cervella, e per questo iniziarono a (di)segnare con audacia le caricature dei componenti dei partecipanti al rude gioco sui muri delle grotte. Nacquero così i primi graffiti paleolitici. Ma questo primo tentativo di dar luogo al calcio, ed al gioco del gioco del calcio fu un fallimento. Non esistevano ancora la moviola, il vistoso sgambetto, il secco rasoterra, il dribbling ubriacante e l’arbitraggio scandaloso. E la conversazione, peraltro, languiva in rutti e grugniti.

Poi vennero gli antichi Romani che, invece, illuminati dalle floride menti dei loro senatori, sostituirono gli scalpi con arruffati cumuli di tuniche delle loro vestali, per dare, a quello che assunse il ruolo di gioco, inesplorati significati di culto. Niente più rupi oltre cui lanciare i primi palloni: i collassi di vesti avevano l’obiettivo d’esser calciati attraverso ampi spazi delimitati dai primi archi trionfali. L’enorme quantità di romani invischiati nel gioco con la palla creò però enormi problemi di riconoscibilità: ecco il motivo della genesi dei cosiddetti numeri romani, che comparvero sul posteriore delle tuniche. I raccattapalle erano per la maggior parte schiavi cartaginesi. La cruenta partecipazione di alcuni gladiatori alla partite di massa fece sì che un tribuno della plebe – primo surrogato di “arbitro” – venisse chiamato in causa per diramare i sanguinosi dibattiti. Un giorno un ardimentoso comparto di soldati romani sfidò un nutrito gruppetto di etruschi, dando corpo al primo derby della storia del pallone.

Nei bar, intanto, tra un assenzio e un vino dei colli, si cominciava a discutere animosamente degli esiti delle sfide. L’argomento arrivò sino in Senato, ma le diatribe tra rappresentanti della politica in merito a questione calcistiche, partorì l’introduzione di leggi molto severe: a chi veniva pescato a parlare di calcius in parlamento veniva mozzata la lingua. Questo provvedimento fu rievocato allorché in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio. Anche in Grecia il calcio, ed i bar in cui discuterne, ebbero grande diffusione. I Peripatetici, finedicitori della teoria del fuorigioco, ne tramandavano le ardite nozioni nei tavolini all’aperto, pasteggiando a melassa, e finivano le lezioni completamente ubriachi. I primi opinionisti dello sport furono per l’appunto i filosofi greci. Aristotele, ad esempio, commentando le partite del Micene F.C., ebbe l’intuizione della sua Logica osservando un rigore non assegnato dall’arbitro, che in quell’occasione era Agrippa, non a caso aderente alla corrente dello scetticismo. «Rigor est cum arbiter sibilat!», urlò, esagitato.

Platone, invece, fu il primo a sventolare una bandiera che riportava i colori sociali della sua adorata Atene: nacque così quello che gli scellerati inquadrano come amore platonico, e sino a noi tramandatosi sotto forma di tifo. Pitagora inventò la sua famosa tavola perché era stanco di essere imbrogliato sui punti delle squadre, e così decise di riassumere gli eventi su di un documento unico ed onnicomprensivo. L’accesa rivalità tra spartani ed ateniesi, intanto, dava corpo alle prime differenziazioni tra ruoli, in base alle attitudini dei protagonisti: gli scorbutici centromediani metodisti da una parte, gli affascinanti trequartisti dall’altra. Il Medioevo fu uno dei periodi d’oro per il calcio. E per le discussioni, ed i giochi, sul calcio. Nei punti di ristoro per i cavalli, mentre gli equini riposavano, i cavalieri si rifocillavano nelle taverne ed intanto si fermavano a duellare su chi conoscesse meglio le regole del giuoco, i suoi interpreti, e le sue novità.
Successivamente, un certo D’Artagnan sfidava e uccideva, a suon di spada, tutti coloro che privilegiavano la difesa a tre. I suoi compagni Athos, Porthos e Aramis, noti ultras del Paris Saint Germain, nel frattempo, trascorrevano le giornate nelle taverne francesi, e sparavano tanti colpi di moschetto quanto era il numero che il loro calciatore favorito aveva cucito sul poncho: trattàvasi degli antesignani dei primi pronostici.

Altri luoghi protagonisti di noti dibattimenti pallonari, e variante celebre delle taverne dei moschettieri, erano quelle dei pirati, dove però si beveva quasi esclusivamente rum. Presso il “Cannone delle Antille”, i fedelissimi del Corsaro Nero scommettevano di mozzarsi la mano, nel caso non avessero saputo prevedere il numero di gol subiti dalla loro squadra favorita. Quando si resero conto che il tasso di mutilità era diventato un problema per consentire ai partecipanti di segnare le marcature sulla carta, passarono a prevedere chi fossero i migliori in campo: chi sbagliava doveva ficcarsi l’uncino – triste ricordo della precedente scommessa perduta – nell’occhio.

La soggettività delle valutazioni, problema che si trascina sino al giorno d’oggi, rese presto la categoria dei pirati una delle più fameliche in ambito bende oculari. Non è un caso peraltro che agli arbitri dell’epoca venisse dato appunto del pirata, prima che del cornuto. La svolta avvenne però durante il Rinascimento. In quell’epoca un folle sognatore di nome Leonardo, dotato di sommo intelletto e lungimiranza, delineò le linee guida e le prime, rudimentali, regole di quello che poi divenne il gioco del gioco del calcio. Si narra anche che fosse un ottimo stratega e fantallenatore: certo, dopo aver acquistato Thiago Silva ed Ibrahimovic, sono bravi tutti. Passiamo quindi alla Rivoluzione francese: in questo periodo i bar in cui dibattere di calcio, ed i giochi sul calcio, ebbero veri momenti di fulgore. I nobili passavano quasi tutta la giornata a schernire il popolino, perché i tapini non potevano permettersi l’abbonamento alla pay-TV e quindi vedere in diretta i gol dei loro idoli. Quando i francesi non ne poterono più, il popolo, armato di forconi, scese in strada e si mise a fare scempio di aristocratici.

Venne presa la Bastiglia, e con essa anche tutti i televisori a LED dei nobili ed i decoder d’ultima generazione. Il re, dopo aver dichiarato: «Se non possono vedere il calcio, che guardino il golf!», dato che la Cia non era ancora stata costituita, fu costretto a fuggire.
Ma mentre stava già con una gamba sul davanzale della finestra, gli giunse la notizia che i rivoluzionari si erano riuniti nella sala grande per fare l’asta. Allora si precipitò trafelato, e li trovò lì che si scannavano per prendere il loro pupillo Dhorasoo, ed intanto scannavano un tal Robespierre perché aveva finito i crediti, e nonostante tutto continuava a chiamare. «Dugarry 1!», esclamò il re. Lo stratagemma era riuscito. E tutti gli piombarono addosso e lo portarono alla ghigliottina. Cristoforo Colombo, nel frattempo, era stato da poco in America, e appena sbarcato aveva visto gli indigeni che facevano l’asta solo con i difensori. «Per quale motivo?», chiese il navigatore. «Make your own business, man», risposero gli americani, delegittimando di fatto la loro cultura calcistica nel corso delle epoche. Colombo, dopo aver comprato Nesta, Baresi, Maicon e Milito – che in quelle terre era incomprensibilmente quotato da difensore – per trenta sveglie e cinque culi di bottiglia, durante il viaggio di ritorno rifletté lungamente su quell’inattesa anomalia. Ed ai suoi marinai, anch’essi appassionati di gioco del gioco del calcio, che gli chiedevano di inventare qualcosa che potesse rendere la aste per i difensori più appassionanti, regalò alfine la regola del modificatore. L’uovo di Colombo, appunto.

Nel ‘600 un noto fantallenatore di nome Galileo Galilei, stanco di prendere bidoni a caso nella sua rosa, elaborò un sistema assai sofisticato di acquisizione durante l’asta: utilizzando il cosiddetto metodo scientifico, difatti, cercò di dare un senso matematico e razionale a quell’epico ed incomprensibile momento della vita degli esseri umani. Proprio per questo motivo, venne tacciato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale e le Sacre Scritture, ed infine all’esilio forzato nella propria villa di Arcetri, lì dove, da solo, partecipò ad una lega che lo vide finalmente vincitore. Null’altro, di significativo, accadde fino ad oggi. A parte, ovviamente, durante i primi del ‘900, il fallito tentativo del celebre commentatore sportivo Albert Einstein di muovere critiche costruttive ai giornalisti sportivi nazisti dell’epoca, tacciati di scarsa obiettività nelle loro pagelle, e di eccessiva dedizione nelle valutazioni di Jurgen Klinsmann. «Tutto è relativo, anche i voti », disse. Solo pochi mesi dopo fu costretto ad emigrare negli U.S.A.: per anni si parlò di antisemitismo, come causa ufficiale del suo addio al vecchio continente.
Il resto è storia dei giorni nostri. Agli albori degli anni 2000, un noto portale web di nome Fantagazzetta diventa uno dei più grandi ed elaborati bar sport del web, in cui gioco del calcio e gioco del gioco del calcio fanno l’amore talmente intensamente da fondersi in un unico, ed emozionale, cumulo di passione. Un sogno.
Un sogno talmente bello che dalle prossime settimane non sarà più solo virtuale. Ovviamente grazie a voi, perché è di voi, come sempre, che abbiamo bisogno. Perché quando si sogna da soli è un sogno, ma quando si sogna in due comincia la realtà. Salite a bordo, allora. Non vorrete mica perdervi quest’ultimo pezzo di storia.
…E benvenuti nel futuro.